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Roma, 10 mag – Terza notte di alta tensione a Gerusalemme, terza notte di scontri sulla Spianata delle Moschee tra palestinesi e polizia israeliana. I feriti sarebbero almeno 25, le persone arrestate 23. Un quadro che potrebbe aggravarsi nelle prossime ore se le autorità di Tel Aviv dovessero decidere di autorizzare una parata celebrativa proprio oggi, giorno considerato da Israele della riunificazione di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico. Inutile dire che i palestinesi riterrebbero la celebrazione l’ennesimo affronto inaccettabile.



Gerusalemme, ennesima sostituzione etnica?

La Corte Suprema israeliana ha decretato lo sfratto di alcune famiglie arabe dal quartiere di Sheikh Jarrah. Non certo perché queste famiglie fossero degli “inquilini morosi”, ovviamente. Quelle case, secondo i giudici di Tel Aviv, dovrebbero adesso essere occupate da coloni israeliani. Difficile dunque non pensare di primo acchito a un puro atto da sostituzione etnica ed è altrettanto facile, per questo, comprendere il motivo della rabbia palestinese. La questione però è ancor più sconcertante, perché affonda le radici nella storia di un conflitto infinito. Sheikh Jarrah è un quartiere che sorge nella parte settentrionale della Città Vecchia, vicino alla Porta di Damasco. Jarrah in arabo significa “chirurgo”, ovvero il soprannome di Hussam al-Din, medico personale di Saladino. Ed è attorno alla sua tomba che fu costruito questo villaggio di Gerusalemme. Nella stessa zona in cui una piccola comunità ebraica si radunava attorno a un altro luogo sacro, il minuscolo mausoleo di Shimon HaTzadik, Simone il Giusto, considerato dagli ebrei uno dei grandi saggi della Torah. Siamo dunque di fronte a una classica vexata quaestio che vede contrapporsi musulmani ed ebrei in questo lembo di terra mediterranea?

Quale contratto?

C’è di più, perché la compagnia israeliana Nahalat Shimon, legata ai coloni, ha acquistato terreni in questo quartiere abitato. E pretende lo sgombero di 28 case, abitate dal 1956 da palestinesi, per consegnarle a famiglie di israeliani. Il problema, con tutta evidenza, è che gli attuali inquilini di queste abitazioni non hanno affatto intenzione di andarsene perché non hanno mai accettato un acquisto unilaterale. Ed è piuttosto superfluo notare che un qualunque contratto di compravendita implica il consenso di entrambe le parti che dovrebbero sottoscriverlo, altrimenti è semplicemente nullo. Un semplicissimo concetto giuridico ignorato deliberatamente Israele. Di qui la protesta palestinese.

Marcia indietro o tutto rimandato?

Nelle ultime ore c’è stata però una parzialissima marcia indietro da parte dei giudici israeliani. “Alla luce del contesto attuale, e su richiesta della procura generale, l’udienza è stata annullata” si legge nella nota del ministero della Giustizia, verrà fissata la data della prossima udienza “entro i prossimi trenta giorni”. Sfratto rimandato dunque, per quanto il traballante premier israeliano Benjamin Netanyahu, abbia dichiarato nel frattempo che Israele “imporrà in modo deciso e responsabile la legge e l’ordine a Gerusalemme”. Tradotto: non ha intenzione di mollare la presa. Tutto questo mentre negli ultimi giorni oltre 200 palestinesi e 18 militari israeliani sono rimasti feriti negli scontri.

Eugenio Palazzini

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