Husband of Volgograd bus bomber huntedMosca, 30 dic- Secondo attentato in meno di 24 ore a Volgograd, ex Stalingrado, nel sud della Russia. Dopo che ieri un attentatore suicida alla stazione ferroviaria di Volgograd ha provocato 17 morti, stamani un autobus è stato fatto saltare in aria alle 05:23 ora italiana, 08:23 locali, provocando 14 morti e circa 30 feriti gravi secondo il primo tragico bilancio fornito dal Ministero della Salute. Il veicolo è stato quasi completamente distrutto dall’ordigno, 4 kg di esplosivo Tnt. Il portavoce degli investigatori Vladimir Markin ha parlato di “attentato terroristico” con “elementi identici a quello di ieri” alla stazione ferroviaria. “Come alla stazione, la bomba era piena di schegge. Forse i due ordigni sono stati fabbricati nello stesso posto”, ha dichiarato Markin.

Il presidente russo Vladimir Putin già ieri dopo il primo attentato ha ordinato un rafforzamento delle misure di sicurezza in tutto il paese che si prepara ad ospitare a Sochi le olimpiadi invernali, con inizio dei giochi tra poco più di un mese, che gli antiputiniani intendevano boicottare per le leggi antigay e che adesso c’è da chiedersi che posizione assumeranno.

Intanto con questi attentati terroristici pare iniziata l’annunciata strategia della tensione da parte dei terroristi caucasici di Doku “Dokka” Umarov, leader dei guerriglieri ceceni che aspirano a un Emirato del Caucaso in Russia e che hanno rivendicato sia l’attentato alla metropolitana di Mosca del 2010 che l’attentato all’aeroporto della capitale russa nel 2011. Già a luglio Umarov aveva annunciato di voler colpire i “satanici” giochi olimpici e non sembra un caso che sia stata colpita proprio Volgograd, città simbolo della Russia che aveva sconfitto il terrorismo ceceno.

Se le Olimpiadi dovevano servire a Putin per mostrare la rinascita della Russia, essere quindi il palcoscenico di una potenza tornata ad essere tale a livello internazionale, questi attentati hanno chiaramente lo scopo di minare la credibilità stessa del governo russo. Sono quindi un attacco al cuore di una nazione che ha deciso di tornare ad alzare la testa e che di conseguenza si è creata molti nemici, non sempre evidentemente pacifici e non violenti.

Eugenio Palazzini

 

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Classe 1984, vivo da sempre in Toscana “torcendo il muso all'Arno”. Laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali con tesi sui rapporti tra Governo italiano e Autorità palestinese negli anni ottanta. Ho poi conseguito la Laurea Magistrale in Scienze Internazionali all'Università di Siena con tesi sulla lotta del popolo Karen in Birmania, definita “la guerra più lunga del mondo”. Vicedirettore del Primato Nazionale, per il quale ho realizzato reportage da Iran, Siria, Birmania, Giappone e Ungheria.

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