Roma, 14 apr – C’era una volta la prussiana Königsberg, testa di ponte dell’Ordine teutonico nei Paesi Baltici, cuore pulsante della cultura tedesca, casa dell’università Albertina. Königsberg, toponimo evocativo, letteralmente “la montagna del Re”. Città-fortezza, là dove svettava il mirabile castello di cavalieri e gran maestri, cuore pulsante di studi e traduzioni, a partire dal primo libro stampato in lingua lituana e dalla prima traduzione polacca del Nuovo Testamento. Cinquecentesche visioni e riforme, sigilli luterani. Secoli dopo la montagna del Re scomparve d’un tratto, quasi interamente cancellata dai bombardamenti alleati nell’agosto del 1944 e dall’artiglieria spietata dell’Armata Rossa nell’aprile del 1945. Un anno dopo, ciò che restava della duecentesca perla del Baltico fu annesso all’Unione Sovietica e la città venne ribattezzata Kaliningrad. Macerie dell’Europa delle aquile, principio di un’altra storia.

Kaliningrad, perché l’exclave russa è strategica

Nel 1959 i sovietici ordinarono la distruzione definitiva del castello, emblema di quello che Breznev definiva “militarismo prussiano”. Parti delle rovine sono conservate nella cattedrale gotica, accanto alla tomba di Immanuel Kant, ragion critica della ragion pura in salsa Urss.

La città venne lentamente ricostruita, in un tripudio kitsch attenuato soltanto all’inizio degli anni 2000 con la restaurazione dell’antico centro. Fu soltanto quando la triade baltica (Estonia, Lettonia, Lituania) ottenne l’indipendenza dopo il crollo dell’Unione Sovietica, che l’oblast di Kaliningrad divenne ufficialmente una exclave, del tutto separata dal resto della Russia, incastonata tra Polonia e Lituania.

Kaliningrad, affacciata sul Mar Baltico, è strategicamente fondamentale per la Russia e al contempo tallone d’Achille della Nato. Sede del quartier generale della Flotta del Baltico, ospita missili di difesa aerea S-300 e S-400, oltre a missili anti-nave Oniks e Iskander. Nel settembre 2019 il ministero della Difesa degli Stati Uniti, consapevole della spina nel fianco che Kaliningrad rappresentava per l’Alleanza atlantica, elaborò un piano militare per contrastare l’avamposto di Mosca. Osservando la carta geografica vi accorgerete che i punti chiave in quell’area sono due: il mare a Nord che separa l’exlave dalla Svezia – in procinto di entrare nella Nato – e un sottile lembo di terra a sud di poco più di centro chilometri. Quest’ultimo, noto come varco di Suwalki, è sia confine tra le europee Lituania e Polonia che corridoio collegante la capitale bielorussa Minsk a Kaliningrad. Se la guerra in atto dovesse estendersi, scavalcando i confini ucraini, l’epicentro chiave potrebbe dunque essere proprio l’antica Königsberg.

Una questione di equilibri

Proprio oggi, dopo l’accelerata di Stoccolma ed Helsinki sull’adesione alla Nato, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, ha avvertito che “non si potrà più parlare di status nuclear-free nel Baltico” e “l’equilibrio dovrà essere ristabilito”. Un equilibrio sempre meno certo perché dopo decenni di neutralità le due nazioni scandinave stanno per compiere un passo dai rischi evidenti. La prima reazione alle parole dell’ex presidente russo è arrivata però dal ministro della Difesa lituano, Arvydas Anusauskas, secondo cui il problema è già presente perché la Russia ha sempre tenuto armi nucleari nei territori di confine. Dove esattamente? Per il ministro lituano a Kaliningrad, ovviamente.

Eugenio Palazzini

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3 Commenti

  1. Chissà perché spietata viene definita solo l’artiglieria sovietica e non anche i bombardieri alleati. Al netto delle distruzioni subite da Koenigsberg e dal suo patrimonio artistico, è da notarsi come i sovietici si siano fatti risarcire con poco dalla Germania per l’aggressione subita nel 41 e per i 27 milioni di morti patiti. Oggi che la Germania, sotto un’altra ideologia ma sempre in funzione antirussa , è tornata egemone in Europa e riprende ad armarsi e ad armare i suoi vecchi alleati ucraini, battaglioni nazisti inclusi, forse i Russi si pentiranno del trattamento, risultato fin troppo indulgente, impartito alla Germania

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