Sochi, 23 ott – “Oggi con Putin abbiamo raggiunto un accordo storico, per la lotta contro il terrorismo, l’integrità territoriale e l’unità politica della Siria, e per il ritorno dei rifugiati”. Le parole di Recep Tayyip Erdogan sintetizzano la grande importanza dell’accordo raggiunto ieri sera a Sochi da Russia e Turchia, che potrebbe rappresentare un punto di svolta per questa quarta fase del conflitto siriano. Un faccia a faccia durato oltre sette ore, quello sulla cittadina del Mar Nero tra il sultano e lo zar, che ha portato a due risultati fondamentali: un nuovo cessate il fuoco di altri 6 giorni (150 ore) e l’annuncio di pattugliamenti congiunti del confine nord della Siria ad opera di russi e turchi.

La pace ora è più vicina?

L’accordo di Sochi potrebbe dunque rappresentare un passo decisivo verso una pace o almeno verso un cessate il fuoco duraturo. I combattenti curdi hanno rispettato l’accordo mediato dagli Stati Uniti con i Ankara, ritirandosi oltre i 32 chilometri dal confine turco. Adesso l’annuncio dei pattugliamenti congiunti della polizia russa con le truppe turche a 10 chilometri dal confine, dovrebbe portare ad una maggiore stabilizzazione dell’area. Pattugliamenti che inizieranno dalla mezzanotte di oggi. Un grande risultato diplomatico per Putin, che in questo momento, dopo il ritiro degli americani, è sempre più il vero arbitro della partita siriana. Tanto che negli Usa continuano le pressioni su Donald Trump: “Il presidente dovrebbe lasciare le truppe americane in Siria”, ha detto Mitch McConnell, repubblicano e leader della maggioranza al Senato americano.

I curdi rispettano gli accordi

Nel frattempo i curdi sembrano intenzionati a rispettare i patti. Le milizie dello Ypg si sono ritirate dalla zona compresa tra Ras al-Ayn (a ovest) e Tal Abyad (a est), che corrisponde per ora a circa la metà di quanto “reclamato” da Erdogan per costituire la cosiddetta “safe zone”, dove piazzare buona parte degli oltre 3 milioni e mezzo di rifugiati siriani che tutt’ora si trovano in Turchia. Se la zona per ora non è più estesa di così è anche grazie all’intervento esercito di Damasco, che insieme ai curdi mantiene il controllo su Kobane (più a ovest di Ras al-Ayn) e Qamishli (più a est di Tal Abyad). Per i curdi la pace mediata da Putin è comunque il male minore, visto che la prima fase dell’operazione militare voluta da Erdogan ha causato già 200 mila sfollati, che potrebbero “diventare un milione se l’attacco continuasse”.

Usa ed Europa marginalizzati

Se gli americani sembrano marginalizzati dalla pax russo-turca, ancora più assente come al solito è l’Europa. Dopo che Macron è stato “rimbalzato” da Erdogan (“la Francia non è una nostra controparte in questo processo” aveva detto il presidente turco), la Germania ora sembra determinata a proporre alla riunione dei ministri della Nato “l’invio di una forza di stabilizzazione in Siria”. Come riportato da Fausto Biloslavo su Il Giornale, Berlino avrebbe già avanzato in via informale la richiesta agli alleati europei compresa l’Italia. Si parla di un contingente totale di 30-40 mila soldati, dove il contributo italiano potrebbe variare tra i 1500 e i 4 mila uomini. Le modalità sarebbero simili alla missione in Libano, dunque solo su mandato Onu. Ma sono per ora solo indiscrezioni. Resta da capire ora se l’accordo di Sochi potrebbe escludere, rendendolo inutile, un intervento occidentale, o se invece potrebbe in qualche modo favorire un maggiore protagonismo europeo.

Davide Di Stefano

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