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Damasco, 31 lug – Mentre l’ultima ridotta dell’Isis in Siria – una piccola enclave, curiosamente situata al confine con Israele, e altrettanto curiosamente mai toccata dall’esercito di Tel Aviv – viene sanguinosamente smantellata dalle forze armate siriane, sancendo la fine del fronte meridionale da cui la guerra civile è iniziata, più di sette anni fa, l’attenzione dello Stato Maggiore di Damasco torna a rivolgersi a nord-ovest, alla sacca di Idlib.
E’ la provincia nella quale sono stati trasferiti a migliaia (o decine di migliaia) i miliziani jihadisti a cui il governo, per evitare ulteriori bagni di sangue nell’imminenza dell’assalto finale ad alcune città, aveva promesso un salvacondotto. Il risultato di una simile politica è stato da un lato quello di riempire di islamisti irriducibili la zona, a ridosso del confine turco, rendendo quindi la futura battaglia di Idlib una specie di resa dei conti generale fra Assad e i suoi oppositori, ma dall’altro ha fatto sì che queste bande, in concorrenza l’una con l’altra per il controllo del territorio in pieno stile mafioso, si siano affrontate senza esclusione di colpi per anni, anche grazie a omicidi mirati compiuti, quando necessario, da agenti governativi infiltrati. E non troveranno mai un accordo per opporsi all’attacco governativo, trasformando così quella campagna in una serie di piccoli scontri finalizzati ad annientare le varie milizie.
Militarmente non ci sarebbe storia. Poche settimane sarebbero sufficienti all’esercito per recuperare il controllo totale di quel governatorato. Il problema sta nell’ingombrante vicino turco, che in una fase della guerra ha apertamente appoggiato i gruppi islamisti, e che tuttora mantiene con essi rapporti ambigui. Il presidente Erdogan ha già detto di non accettare alcuna iniziativa siriana in quella zona, come se la considerasse nella sua sfera di interessi. Nè va dimenticato che meno di due anni fa, in una sparata propagandistica, lo stesso Erdogan aveva “rivendicato” il nord dell’Iraq e della Siria (testualmente, Mosul e Aleppo) come parte della Turchia, riferendosi evidentemente al secolare dominio ottomano di quelle regioni.
In questo quadro si inserisce il nuovo avvicinamento curdo-siriano, anticipato da dichiarazioni relative a un’operazione congiunta a Idlib, e concretizzatosi in una prima serie di incontri tenutisi a Damasco fra il governo siriano e gli esponenti di spicco del partito curdo che controlla parte del nord del Paese.
Le Syrian Democratic Forces (SDF), ovvero l’esercito arabo-curdo – ma con netta predominanza di questi ultimi – che ha conquistato all’Isis il nordest della Siria con il supporto statunitense, e che ha messo in piedi una specie di patto di non belligeranza con Damasco, si è sentito tradito dalla acquiescenza Usa in occasione dell’operazione militare con cui la Turchia ha preso il controllo del cantone curdo di Afrin, fra gennaio e marzo di quest’anno. Le indecisioni di Washington su come porsi di fronte a una situazione che negli ultimi 12 mesi è radicalmente cambiata, e non nella direzione sperata dalla Casa Bianca, stanno spingendo, unitamente alle reiterate minacce turche, i Curdi a trovare un accordo con il governo, che potrebbe portare a una completa restaurazione dell’autorità di Damasco sul nordest siriano in cambio di alcune concessioni fatte alla comunità curda. Non si parla di indipendenza, e, a quanto pare, nemmeno di autonomia amministrativa, ma del riconoscimento della specificità culturale dei Curdi di Siria, nel quadro di una revisione costituzionale che sarà oggetto, nei prossimi giorni, di nuovi incontri nella città russa di Soci, sotto la supervisione del delegato di Putin per la questione siriana, Alexander Lavrentiev.
Se si trovasse un accordo, la cooperazione curdo-siriana permetterebbe di riunificare il Paese (questione di Idlib a parte), e renderebbe definitivamente superflua la presenza dei “consiglieri militari” Usa, con conseguente loro ritiro anche dall’area del valico siro-iracheno di Al Tanf, nel sud, il cui controllo diventerebbe ormai irrilevante, visto che la riconciliazione permetterebbe di riaprire decine di valichi alternativi fra Iraq e Siria.
E allora tutto si ridurrebbe a un confronto fra Damasco e Ankara, fra Assad ed Erdogan. Perché la Turchia, oltre a volersi opporre alla riconquista governativa della provincia di Idlib, in cui l’esercito turco, a seguito di un accordo con la Russia, è presente con diversi punti di osservazione posti sulla linea del fronte, sta progressivamente “colonizzando” le aree occupate con la già citata operazione “Ramoscello d’olivo” di gennaio-marzo 2018, ovvero i cantoni di Afrin (a maggioranza curda), Azaz, Jarabulus, e Al Bab (zone in cui si concentra la presenza della minoranza turcomanna). Sono già iniziati, ad esempio, i lavori per una autostrada che collegherà Al Bab con Jarabulus, che si trova a ridosso del confine con la Turchia.
La sensazione è che Erdogan, costretto a bere l’amaro calice dell’imprevista e imprevedibile vittoria di Assad, e sentendosi a sua volta tradito dagli Stati Uniti per il loro supporto ai Curdi, voglia giocarsi al tavolo del negoziato tutto quello che gli rimane, dando il via libera alla riconquista governativa di Idlib in cambio di concessioni territoriali da parte di Damasco nei cantoni dell’estremo nord, magari mascherandole con referendum sotto supervisione russa.
Potrebbe essere un azzardo, perché fra le regole non scritte della politica internazionale c’è una fortissima ritrosia alla modifica di qualsiasi confine, e perché questo potrebbe trasformarsi, nel corso degli anni, in un precedente esplosivo. Ma potrebbe anche funzionare, perchè il conflitto siriano ha una caratteristica che in futuro gli storici sapranno meglio apprezzare: ha stravolto la percezione stessa del medio oriente. Sono successe cose che non erano mai successe dalla fine della seconda guerra mondiale, a cominciare dalla sconfitta politica statunitense – mai così irrilevante in quello scacchiere – per arrivare al totale oblio della dottrina dei diritti umani, apertamente e dichiaratamente sacrificati sull’altare della strategia. E non si può quindi escludere che cadano altri tabù, come quello dello spostamento dei confini. Cosa che, dopotutto, è successa per millenni al termine di quasi tutti i conflitti che si sono combattuti.
Mattia Pase

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2 Commenti

  1. Questa situazione , sicuramente, si inserisce nel più vasto e complesso scenario della presenza di popolazioni di origine turcomanne , altrove maggioritaria, sino allo xiijang cinese dove sin dagli anni ’60 il regime di Pechino ha intrapreso una politica di ” sinonizzazione” della regione. Inevitabilmente la via della seta diventerà uno dei nuovi focolai di tensione di cui la Siria più o meno pacificata sarà uno degli scenari , ma non sicuramente, il principale. Da sempre governare questa parte del mondo facilita il governo del mondo

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