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Roma, 31 gen – L’anno nuovo è partito in maniera più che burrascosa per la Siria, con la ripresa delle operazioni in diverse aree della nazione. C’è tuttavia da chiedersi: si erano mai fermate? La risposta è: non del tutto. L’epidemia da coronavirus ha colpito duramente il territorio siriano, sia nelle aree controllate dalle forze fedeli a Bashar al-Assad, sia nelle zone invece sottoposte al controlle dei ribelli.



Se la situazione è però ancor più dura tra gli sfollati e i rifugiati, la virus ha rallentato anche le operazioni sul fronte militare. La situazione sembra però che si stia riscaldando, complice anche il cambio di presidenza alla Casa Bianca. In particolare, oltre a Idlib, città controllata da pericolose forze jihadiste, è ripreso lo scontro contro l’Isis nel deserto e contro l’opposizione a sud, nella cittadina di Tafas.

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Nel governatorato di Dar’a

L’evento più eclatante è la riapertura del fronte nel governatorato di Dar’a, nel sud della Siria. In particolare, l’opposizione è insorta nella cittadina di Tafas, vicino al confine con la Giordania e Israele, dove le forze vicine ad Assad sono state respinte. Il governo di Damasco ha posto un ultimatum alle forze eversive della città. Concedendogli, qualora avessero abbassato le armi, di andare scortati dall’esercito a Idlib, dove si sarebbero congiunte alle restanti forze dell’opposizione.

I ribelli hanno rifiutato l’ultimatum, continuando l’insurrezione. Hanno poi raggiunto tra oggi e ieri il confine siro-giordano, da dove è prevedibile che gli arriverà tutto il supporto necessario in termini di armi, rifornimenti e personale. Se questo non bastasse, proteste analoghe in “solidarietà” delle forze occupanti di Tafas si sarebbero riscontrate in altre zone del governatorato di Dar’a.

Nel governatorato di Idlib

C’è a parole un cessate il fuoco che previene le operazioni militari del nord-ovest della Nazione, nel governatorato di Idlib sottoposto alla fragile egida di Tahir al-Sham, ex al-Qaida in Siria. La relativa pace garantita da un patto tra Russia e Turchia, però, sarebbe meno stabile del previsto. Nel mese di gennaio, sarebbero molteplici infatti gli episodi di violenza nella roccaforte jihadista.

Se sarebbero le decine di morti dell’Esercito Arabo Siriano (SAA), gli scontri intestini all’enclave terroristica di Idlib non sono certo da meno. Tahir al-Sham sarebbe infatti sempre più politicamente isolata, con le altre forze occupanti che la ostacolano militarmente. Ciò diminuirebbe di fatto il controllo turco sull’area, permettendo alle forze di Assad di alzare la pressione.

Le forze di Ankara, da parte loro, avrebbero intensificato i bombardamenti contro le forze curde, rinforzando Idlib con molteplici mezzi militari.

Nella Siria centrale

Come se non bastasse, anche lo Stato Islamico si è mobilitato. Questo in pieno deserto siriano dove ha aperto delle nuove sacche di resistenza. Molteplici sarebbero i bombardamenti russi e siriani nell’area. L’Isis starebbe causando problemi anche ai curdi, i quali avrebbero nei giorni precedenti svolto operazioni di smantellamento di cellule più o meno attive.

Le forze del Kurdistan sarebbero tuttavia alle prese anche con proteste da parte della maggioranza araba della popolazione, la quale denuncerebbe violazioni quali rapimenti, coscrizioni e atti di terrorismo. Le proteste, concentrate soprattutto vicino a Qamishili e Hasaka, avrebbero assunto anche i toni di vere e proprie rivolte.

La situazione nel conflitto siriano sta evolvendo, con molteplici eventi che rendono la relativa quiete un’illusione. Nel gennaio 2021 si è assistito inoltre a movimenti dei soldati americani. Oltre al circolare arrivo delle truppe Usa a est di Deir Ezzor, sarebbe stato avvistato un elicottero da guerra Sirosky HH60G Pave Hawk dell’Usaf nel territorio desertico al confine con la Giordania, partito dalla base statunitense illegale di al-Tank. Il mezzo sarebbe stato coinvolto in una semplice esercitazione, ma la vocazione anti-Russa del presidente Biden non promette nulla di buono per Damasco.

Giacomo Morini

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