Damasco, 25 apr – Due brigate dell’esercito siriano sono state oggetto di un bombardamento israeliano nella zona di Qalamun, a nord-ovest di Damasco. Secondo Al Jazeera, obiettivo di Tel Aviv sarebbero stati dei missili di lunga gittata e alcune armi strategiche trasportate nella scorsa notte dalle truppe di Assad.

Secondo Al Arabiya, l’attacco avrebbe distrutto un deposito di armi al confine con il Libano e sarebbe seguito a un’altra azione dell’aviazione israeliana condotta lo scorso mercoledì, sempre contro l’esercito siriano e le milizie sciite di Hezbollah. Più in generale, è dall’inizio della guerra che lo stato d’Israele bombarda costantemente le posizioni lealiste al confine con il Libano, prendendo di mira obiettivi strategici e depositi di armi, supportando quindi l’opposizione al regime di Assad, dove spiccano il fronte Al Nusra (Al Qaeda) e lo Stato Islamico. Una posizione del resto coerente con la recente storia regionale, soprattutto se pensiamo alla ritirata dal sud del Libano nel 2006, al ruolo di Damasco nel Paese dei cedri e la storica rivalità con l’Iran. Il paese sciita è oggi il primo alleato della Siria nella guerra contro gli estremisti sunniti e alcune indiscrezioni rilasciate all’agenzia Aki-Adnkronos International hanno lasciato intendere che “trentamila Guardiani della rivoluzione iraniani sono pronti a intervenire in Siria in caso di necessità”.


Continuano intanto a circolare voci sempre più insistenti di un prossimo coinvolgimento sul campo di Turchia e Arabia Saudita. Gli ingenti finanziamenti e l’atteggiamento di Ankara alla frontiera con la Siria, da dove ormai da quattro anni affluiscono costantemente mezzi e uomini pronti a ingrossare le truppe dello Stato Islamico, sembrano non essere sufficienti ad abbattere Assad.

Secondo l’Huffington Post e l’Institute for the Study of War di Washington, nell’incontro avvenuto il primo marzo scorso a Riyad, il presidente turco Erdogan e il nuovo principe dell’Arabia Saudita Salman si sarebbero già accordati per un intervento congiunto contro Damasco. La Turchia si impegnerebbe in un’azione di terra mentre i sauditi fornirebbero copertura dal cielo, con l’obiettivo di creare una no-fly zone contro l’aviazione siriana.

Una possibilità che, a due mesi dalle presidenziali turche di giugno, appare abbastanza remota. A dodici anni dalla sua elezione a primo ministro e dopo aver preso il posto di Abdullah Gül alla presidenza del Paese, Erdogan si trova infatti alle prese con una forte destabilizzazione interna. Solo due giorni fa un gruppo armato ha assaltato un ufficio elettorale dell’Akp nell’Anatolia sudorientale mentre in aprile era stata attaccata una stazione di polizia e una sede del partito di Erdogan a Instanbul. Senza contare l’esecuzione del pm Kirhaz all’interno del palazzo di giustizia di Istanbul e il più grande blackout degli ultimi 15 anni, sembra di origine dolosa.

Terza parte che in queste ore muove timidi passi nello scacchiere siriano è l’Onu: il 4 maggio a Ginevra partirà una serie di consultazioni separate con tutti gli attori coinvolti nel conflitto. A guidare gli incontri sarà Staffan De Mistura, inviato per le Nazioni Unite in Siria.Proprio il De Mistura nato a Stoccolma e naturalizzato italiano, già viceministro degli esteri nel governo Monti e inviato speciale presso il governo indiano scelto da Letta per risolvere (senza riuscirci) il caso dei due soldati italiani. Un risultato non proprio lusinghiero per chi si appresta a inserirsi in una crisi di tali dimensioni.

Una situazione in divenire, che può brevemente trasformarsi nel campo di gioco più importante per le maggiori potenze mondiali e dove il vecchio continente a guida teutonica continua instancabilmente a latitare.

Armando Haller

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