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richard blackDamasco, 30 apr – Del viaggio in Siria del senatore repubblicano Richard Black ne abbiamo parlato ieri su questo giornale. Colpiva il silenzio generale dei media internazionali e in particolare di quelli statunitensi, con l’eccezione di Jenna Portnoy e Laura Vozzella che sul Washington Post ne scrivevano tre giorni fa ponendosi un amletico dubbio: come avrà fatto il senatore Black ad arrivare a Damasco e chi avrà finanziato il suo viaggio? Mistero della fede, possibile che un politico americano riesca a racimolare così tanti soldi da pagarsi un volo per Beirut e da lì ottenere un visto per la Siria? Prima di essere ricevuto da Assad aveva pure scritto una lettera al presidente siriano, è quindi un personaggio controverso, cosa nasconde? Sorvolando sulle perplessità fanciullesche espresse dal quotidiano di Washington, restano i silenzi mediatici e istituzionali. Fatta eccezione per il candidato repubblicano alle presidenziali Usa, quel Ted Cruz ormai surclassato dal tanto temuto tycoon Donald Trump. Ma cosa c’entra questa pecora nera con la tersa galassia stellata delle presidenziali americane? C’entra molto, visto che il senatore Black era stato designato capo della campagna elettorale di Ted Cruz, non propriamente l’ultima ruota del carrozzone repubblicano insomma.

Peccato che lo stesso Black, prima di essere prontamente scaricato dal volto pulito contrapposto all’istrione Trump, abbia anticipato tutti dimettendosi dalla carica di leader della campagna elettorale. Alla domanda sul perché della sua scelta, ha scritto su Twitter: “Perché non parlo per Cruz in materia di politica estera e sapevo che i media liberali mi avrebbero attaccato”. Non serviva una sfera di cristallo per intuirlo. Difficilmente qualcuno a Washington lo avrebbe difeso, come si fa a prendere le parti di chi sputtana così la limpida condotta internazionale degli Stati Uniti? “Spero di allontanarci dalla nostra folle politica per quanto riguarda la Siria. La Siria garantisce più diritti alle donne e più libertà religiosa di ogni nazione del mondo arabo “, ha precisato Black in una serie di sms al Washington Post. “Siamo alleati con due delle nazioni più vili della terra, l’Arabia Saudita e la Turchia, che sono intente a imporre un governo fondamentalista wahabita contro il popolo siriano”, ha scritto ancora il senatore repubblicano.

Idee forti e decisamente chiare, quindi vade retro Satana. Silenziare la pecora Black. “Considero come cavallo di Troia la politica immigratoria che stiamo attuando, credo rappresenti un pericolo perché molti non sono affatto dei profughi”. Apriti cielo, questo senatore è pure razzista come John Wayne a cui abbiamo vietato la giornata del ricordo. Silenziare la pecora Black. Fortuna che in casa democratica le idee sono sempre al posto giusto, ecco allora che a prendere le distanze dalla pecora nera ci pensa Emily Bolton, portavoce dei democratici della Virginia: “E’ inquietante, al di là delle parole, che il senatore Black lodi e prometta supporto a un dittatore brutale, a un assassino di massa”. Silenziare la pecora Black, sostenere l’immacolata Arabia Saudita e restare americani.

Eugenio Palazzini

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