Roma, 7 gen — I pedofili recidivi potrebbero essere spediti direttamente nelle colonie penali dell’Artico, dove sarebbero costretti a lavorare nelle miniere siberiane.

Pedofili stupratori nelle miniere siberiane 

Sostenitore di questo piano è Vyacheslav Volodin, presidente del parlamento russo: “Coloro che sono stati condannati per tali crimini dovrebbero scontare l’ergastolo nelle condizioni più dure – nell’estremo nord (della Russia) o nelle miniere. Questi bastardi dovrebbero subire i lavori più duri, così si ricordano i crimini che hanno commesso ogni giorno e se ne pentono. Non possono essere chiamati umani”, ha chiosato. Per avere un’idea delle strutture di detenzione russe si veda il famoso il reportage di RT sul Black Dolphin, struttura più temuta in Russia: 

L’orribile caso di Veronika Nikolayeva

La proposta di legge è stata presentata a seguito dell’orrendo omicidio di una bambina di cinque anni, Veronika Nikolayeva. La piccola, che stava giocando vicino al posto di lavoro della madre, è stata prima rapita, poi violentata e infine pugnalata a morte da un delinquente, con la complicità dell’amante. L’idea è stata anche sostenuta dall’influente deputato, Alexander Khinstein, il quale ha affermato: “E’ necessario adottare il nostro disegno di legge sull’ergastolo per i pedofili stupratori il prima possibile”, aggiungendo che tutti gli aggressori sessuali rilasciati dal carcere dovrebbero essere costretti a indossare tag elettronici.

Scene orripilanti

Gli agenti della cittadina russa di Kostroma “hanno arrestato due sospetti che hanno confessato l’omicidio della piccole Veronika, il corpo della vittima è stato trovato in una stanza in un ostello residenziale”, nascosto in una sacca di tessuto, come sostenuto dagli inquirenti.Quando il corpo della ragazzina è stato rimosso dall’ostello, una folla di persone che si era riunita sul posto era decisa a linciare i sospetti e solo l’intervento delle forze dell’ordine ha evitato che i due pedofili cadessero nelle mani della folla inferocita.

Uno dei rei confessi, Denis Gerasimov, 44 anni, era già stato precedentemente incarcerato per reati tra cui la produzione di materiale pedopornografico. Al suo rilascio, dopo quattro anni e mezzo di detenzione, venne descritto come “educato, pieno di tatto e non maleducato”. L’altro uomo, Vadim Belyakov, 24 anni, sarebbe stato già condannato per furto. Si ritiene che i soggetti in questione abbiano avuto una relazione a lungo termine da quando il giovane era minorenne. In un video orripilante diffuso dal Mirror, si possono vedere i tremendi secondi in cui la bimba viene rapita e portata via le urla della stessa apparentemente ignorate dai passanti.

La tutela dei piccoli parte soprattutto da noi

In un precedente articolo scritto su un’altra testata, avevamo affrontato la tematica della sovraesposizione dei piccoli attraverso i social network, fenomeno denominato come sharenting: unione dei termini inglesi share: condivisione e parenting: essere genitori. Una recente ricerca pubblicata sulla Rivista Italiana di Educazione Familiare collocava questo fenomeno, come già detto, sul desiderio di visibilità insito alla società occidentale. L’ 87% delle madri intervistate sosteneva che condividere le foto dei figli fosse un loro diritto.

Le foto dei nostri bimbi a disposizione dei pedofili

Questa necessità di condividere o gettare le vite dei più piccoli nell’oceano della rete, oltre a rivendicare il diritto alla spregiudicatezza del proprio egoismo, sembra essere più forte anche dei rischi di innumerevoli malintenzionati: si veda il video sconvolgente di Matteo Flora: Come rapire Martina di 5 anni, che dimostra come qualsiasi malintenzionato possa sfruttare gli elementi raccolti online – definita “superficie d’attacco” – per avvicinarsi a un minorenne, guadagnarne la fiducia ed eventualmente portare a termine le sue intenzioni più disdicevoli e sinistre.

Secondo un articolo di Valentina Santrapia, comparso sul Corsera il 16 luglio 2020, “la metà delle foto trovate nei database dei pedofili sono state incautamente messe a disposizione direttamente dai genitori su social network e sistemi di messaggistica”. Risulta quanto mai paradossale, indipendentemente dalla storia di cronaca sopracitata quindi, che i milioni di fotografie di minorenni continuino ad essere condivise senza il parere di questi ultimi, letteralmente sulla loro pelle.

Valerio Savioli

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