Roma, 9 lug – Lo Sri Lanka brucia, di rabbia e livore. La residenza del presidente Gotabaya Rajapaksa è stata presa d’assalto da migliaia di manifestanti inferociti, con le forze dell’ordine accorse per disperdere la folla a suon di gas e lacrimogeni. Da giorni i rivoltosi chiedono le dimissioni del presidente singalese, oggi fuggito – sembra in elicottero – poco prima dell’assalto. Rajapaksa sarebbe stato “portato in un luogo sicuro”, mentre i manifestanti occupavano gli uffici della presidenza. Video e foto diffuse sui social mostrano decine di persone nella piscina del palazzo presidenziale, intente a tuffarsi in acqua.

Nel frattempo il premier dello Sri Lanka, Ranil Wickremesinghe, ha convocato una riunione d’emergenza del del governo, in seguito alla fuga del presidente. I parlamentari del partito di maggioranza, Podujana Peramuna (Slpp), hanno chiesto le dimissioni di Rajapaksa. Ieri in Sri Lanka era stato dichiarato il coprifuoco, a tempo indeterminato, nella capitale Colombo. L’esercito era stato posto in massima allerta, proprio perché si attendeva la manifestazione odierna, pianificata contro il presidente.

Cosa ha scatenato la rivolta in Sri Lanka

L’ex isola di Ceylon, a sud-est del subcontinente indiano, vive da tempo una crisi economica drammatica. La più grave in assoluto dall’indipendenza raggiunta nel 1948. Negli ultimi giorni il presidente Rajapaksa si era rivolto a Putin per chiedergli aiuto nelle importazioni di carburante, dicendo di aver avuto con l’omologo russo una “conversazione telefonica molto produttiva” finalizzata all’apertura di una linea di credito per l’importazione di benzina e diesel. In Sri Lanka le scorte di carburante nei depositi sono di fatto quasi esaurite e le riserve in valuta estera bastano a garantire importazioni per non più di due mesi. “Abbiamo stabilito di rafforzare le relazioni bilaterali in settori come il turismo, il commercio e la cultura, così da consolidare l’amicizia che i nostri due Paesi condividono”, aveva detto Rajapaksa dopo il colloquio con Putin.

L’intervento della Russia potrebbe in ogni caso non bastare, perché la situazione della “lacrima dell’India” è gravata da una serie di fattori devastanti: l’impatto della pandemia di Covid che ha fatto tracollare un’economia in buona parte dipendente dal turismo, l’aumento esponenziale dei prezzi del petrolio e i tagli sistematici al bilancio pubblico. Basti pensare che l’inflazione ha raggiunto il 54,6% e si prevede che arrivi al 60% entro la fine di quest’anno. La contrazione del Pil per il 2022 è prevista tra il 4% e il 5%, in un Paese dove la popolazione è da sempre attanagliata dalla povertà.

Molti dei 22 milioni di abitanti singalesi sono già costretti a racimolare legna per cucinare, ma è soprattutto la carenza di carburante, medicinali e altri beni di prima necessità a mettere in ginocchio la nazione. Le conseguenze sono purtroppo emblematiche: lunghi blackout con chiusura delle centrali elettriche e ospedali costretti a rimandare cure a causa della scarsità di farmaci. Lo Sri Lanka è peraltro andato in default su un debito internazionale di più di 50 miliardi di dollari.

Eugenio Palazzini

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