Su queste pagine abbiamo parlato diverse volte di come la Cina sia riuscita a ritagliarsi uno spazio in Africa concorrendo con le potenze europee, per poi acquisire lo status di vera forza egemone sul continente. Una strategia condotta ribaltando lo stile occidentale: cercando, cioè, di non sfruttare troppo i rapporti di forza, facendo leva sulla diffidenza degli africani verso il passato coloniale dei propri concorrenti e proponendo ai governi locali un’agenda fatta di accordi tecnici, costruzione di infrastrutture, scambi economici, con pochissime pretese sul piano della politica interna.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di ottobre 2022

La Cina in Africa

In questo modo Pechino è sembrata a moltissimi leader africani un interlocutore preferibile perché molto rispettoso degli equilibri interni, ed è riuscita persino a «vendersi» ai ceti più bassi, creando posti di lavoro e quindi reddito. Una tattica portata avanti in maniera asimmetrica, schivando lo scontro con gli europei ed evitando le zone di influenza altrui, mirando a riempire i vuoi lasciati dagli occidentali. A partire dal Mozambico, dimenticato dall’Occidente e assurto a primo interlocutore del gigante giallo.

Tuttavia, è stata la disattenzione degli Usa nei confronti del continente africano il vero segreto del successo cinese: l’Africa è, per una sorta di tacito patto, il cortile di casa delle potenze europee e, fino a poco tempo, fa gli Stati Uniti avevano poco interesse a intervenire in modo diretto, limitandosi a sorvegliare il Sahel e preoccupandosi – almeno in via ufficiale – solo del problema terrorismo, affinché tutto nel continente rimanesse grossomodo in equilibrio. Ma qualcosa negli ultimi anni è cambiato.

Un nuovo fronte caldo?

L’ingresso della Turchia (in misura minore della Russia), il successo rapido della strategia cinese, la fuga dell’Italia (cacciata dalla Francia e dalla Turchia), la necessità crescente di controllare le risorse del continente ed evitare che finissero in mano agli avversari ha spinto l’amministrazione Biden ad abbandonare le vecchie abitudini diplomatiche e a lavorare a un progetto per il futuro rapporto tra Africa e Stati Uniti.

La rinnovata attenzione americana è accompagnata da una serie di piccoli grandi eventi: le dichiarazioni della vicepresidente Kamala Harris sul tema, tanto per cominciare; o un numero curiosamente elevato di viaggi in Africa programmati dagli alti diplomatici Usa, il tutto in preparazione di un grande meeting previsto per dicembre 2022, in cui tutti i leader africani saranno invitati a Washington per discutere del futuro del continente. O meglio, a discutere del futuro ruolo americano nel continente.

Le pedine sulla scacchiera

La missione americana non sarà facilissima, perché in passato gli occidentali non hanno saputo farsi amare dai leader africani e dalle loro popolazioni. Tuttavia, mai come oggi i leader neri avvertono di…

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