La Repubblica di Cina non è un’isola. Stato insulare de facto, l’anello sfuggito al Dragone rosso è formato in realtà da Taiwan – conosciuta altrimenti con il nome neolatino, dal sapor coloniale, di Formosa – e da tre arcipelaghi: Penghu, Kinmen e Matsu. Costellazione marittima, mare trapunto di scogli e stretti strategici, di cui Taiwan non è altro che la porzione di terraferma principale.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di luglio 2022

Precisazioni irrilevanti, si dirà, utili per vezzi da cartografi improvvisati. Eppure fondamentali per chiunque non voglia limitarsi a leggere il mondo senza tentare di codificarlo, prevenendone i sommovimenti e dunque anticipando le mosse di qualsivoglia avversario, vero o presunto che sia. Fatta questa necessaria premessa, per facilitare la comprensione del testo, da qui in avanti continueremo a chiamare «Taiwan» l’intera Repubblica di Cina.

Taiwan tra Cina e Giappone

Come noto, il governo di Pechino sostiene di detenere diritti sovrani e amministrativi su Taiwan, considerandola la ventitreesima provincia della Repubblica popolare cinese. Questione spinosa, perché se è vero che Formosa finì sotto il controllo dell’impero cinese già nel XVII secolo, negli ultimi 120 anni è stata governata dalla Cina soltanto dal 1945 al 1949. D’altra parte, fino a poco tempo fa lo stesso governo di Taipei rivendicava di avere giurisdizione anche sulla Cina continentale, dominio perduto del generalissimo Chiang Kai-shek, a lungo coccolato e infine abbandonato da Washington. Primizie dell’ormai consolidata foreign policy a stelle e strisce.

L’identità taiwanese è però assai complessa e tuttora in fieri. Attualmente gli Han, gruppo etnico dominante in Cina, costituiscono circa il 95% della popolazione di Taiwan. Eppure, a partire dagli anni Novanta, a Taipei iniziarono a diffondersi studi appositi per dimostrare che la gran parte dei cittadini ha geni austronesiani, dunque autoctoni. Fino al 1992 soltanto il 17% della popolazione si dichiarava taiwanese; oggi i sondaggi ci dicono che la percezione è completamente ribaltata, con il 90% degli abitanti che afferma di sentirsi taiwanese e soltanto il 27% si considera sia taiwanese che cinese. A cosa è dovuto questo cambio ontologico radicale? Essenzialmente al rigetto della sinizzazione, soprattutto nelle nuove generazioni, che hanno iniziato a rispolverare un passato aborigeno e al contempo coloniale. Una sorta di doppio binario, se pensiamo che il 60% della popolazione ritiene il Giappone il miglior Paese del mondo.

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Rileggendo attentamente la storia di Taiwan, non c’è da stupirsi, se è vero come è vero che migliaia di nativi di Taiwan si arruolarono come volontari nel Corpo Takasago (nome nipponico di Formosa). Quasi tutti furono fedeli fino all’ultimo al Sol Levante, a tal punto che centinaia di caduti austronesiani sono considerati a Tokyo dei kami, spiriti nobili venerati al santuario shintoista Yasukuni, là dove vegliano le anime dei caduti in battaglia servendo l’imperatore. A titolo esemplificativo, il taiwanese Teruo Nakamura (in lingua aborigena Attun Palalin) fu l’ultimo soldato dell’esercito giapponese ad arrendersi. Correva l’anno 1974, erano passati vent’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale quando fu ritrovato vivo – e ancora pronto a combattere – sull’isola di Morotai. Più di recente, nel 2011, un album emblematico della band metal Chtonic impazzò a Taipei. Si intitola Takasago army e cerca di esplorare l’identità taiwanese, tra spirito aborigeno e nipponico. Oggi, nei costumi, nello stile di vita, nel pensiero, Taiwan più che una piccola Cina sembra un piccolo Giappone moderno.

La guerra che già c’è

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