Roma, 10 lug – Petricore, ovvero l’odore della pioggia sul terreno arso d’estate: non sapevo che questo fenomeno avesse un nome particolare, che la scienza avesse spiegato nella commistione di sostanze di origine batterica e oli vegetali prodotti dalle piante, quell’esalazione che dona il particolare sentimento di quiete e serenità, dopo il temporale estivo. Eden in fiamme, il nuovo romanzo di Gabriele Marconi (Castelvecchi, Roma 2022) – terzo della saga iniziata con Le stelle danzanti – chiude quella che l’autore ha preannunciato come una trilogia.

Eden in fiamme, un romanzo sulla terribile bellezza

L’affezionato lettore di Marconi è incredulo di questo tradimento, pretende comunque altro, pretenderà ancora e di più dopo aver terminato questo ennesimo capitolo della storia che rivissuto nei due precedenti. Ritroviamo alcuni dei personaggi a cui ci siamo affezionati e qualche loro figlio, che dovranno affrontare, dopo tanta gloria e tante battaglie vittoriose, questa volta il tradimento della Patria – che è sentimento intimo e personale nei protagonisti più giovani, è la vita vissuta sino ad allora – la viltà della guerra civile, l’odio del nemico più forte, la terribile pace che dona la sconfitta.
Ancora dovranno combattere i nostri, per il bene loro e dell’Italia che si appresta a piegare la testa, ma comunque resiste, senza speranza e senza futuro possibile. Ancora vivranno mille avventure, dolori e amori, attraversando la patria in tumulto nella guerra, arrivando fino all’ultima frontiera per combattere – ancora! – e difendere comunque anche chi si è già arreso.

Questo, tuttavia, non è un romanzo politico, non l’ennesimo piagnisteo su traditi e trucidati, ché comunque i protagonisti sono sempre giovani, seppur nei racconti di un grande vecchio, forse proprio per questo ancora più vivi, sempre sfolgoranti, sempre belli, come ugualmente appaiono, spavaldi a pochi giorni dalla sconfitta finale, i marò del Battaglione Lupo, ritratti in copertina. Perciò, questo come gli altri precedenti, è un romanzo sulla bellezza, su quella bellezza terribile, sia fisica che ideale, propria di ogni giovinezza, su quei diciassette anni per sempre che ti permettono di affrontare ogni male e sopravvivere, di vincere anche nella terribile sconfitta di quello che, fino a pochi giorni prima, è stato l’intero tuo mondo. Non di resistere, perché la resistenza è vile nel suo destino temporaneo e contingente, ma di vivere ancora e forse per sempre, anche quando tutto crolla.

La scrittura di Marconi è ormai matura, secca e precisa senza abbandonare eleganza e morbidezza nella frase, tuttavia non si concede sbavature, come le sue trame letterarie non permettono digressioni: sono spesso carrellate lunghe e veloci, che rincorrono i suoi vivaci personaggi, protagonisti di mille eventi. Marconi è attentissimo alle ambientazioni storiche, ogni libro è per lui anche faticosa ricerca di luoghi, fatti precisi, particolari, per rendere al meglio il racconto, non si concede licenze poetiche o sentimentali – se vi paiono rinfrescate la storia contemporanea! – anche quando la passione esplode nelle parole dei suoi personaggi.

Per restituire armonia alle nostra anime

La voce narrante è Giulio Jentile, ormai anziano nella primavera romana del 1979, a raccontare la storia dei volontari della RSI e dell’Italia dopo l’armistizio e fino alla sconfitta a Giulia, studentessa al quinto anno di un liceo romano impestato dalla vulgata resistenziale, alla quale la professoressa di lettere ha concesso una tesina sui «prezzolati da quattro soldi», che avrebbero combattuto per la Repubblica. Allora Giulio, fegataccio vero e incredibilmente nemmeno da vecchio incline alla nostalgia, si convince: «Parlerò di un mondo, di coloro che lo abitarono e delle fiamme che infine lo incendiarono. Lo farò senza alcuna prudenza, perché quegli uomini e quella donne non meritano parole prudenti, loro non lo furono e non lo sarò io».

E così ritroviamo i personaggi raccontati negli altri libri, invecchiati e rinnovati nei loro figli e nipoti: sono Italiani con la maiuscola, che alle storie personali intrecciano la nostra storia nazionale, perché quella che racconta Marconi è storia d’Italia, nelle sue contraddizioni, nei suoi giorni di vittoria e sconfitta, in una dimensione, quella che molti nostri contemporanei hanno dimenticato, che rivive il privato nei destino del pubblico, una comunità di intenti e di volontà oggi tanto lontana da essere mitica e mitizzabile. Alla fine, ci rendiamo conto leggendo la storia anche attraverso i romanzi, così insita nel nostro bisogno di essere uomini e cittadini, cives parti essenziali di una universitas, da essere bagaglio culturale e sociale irrinunciabile, tanto che nella mancanza e nella vuota solitudine individuale a cui i masturbanti eroi di Netflix ci hanno per mano accompagnato, costantemente sembriamo soffrire quella mancanza di comunità e di comunione di spirito a cui siamo condannati, per ora, dall’attuale.

Petricore, il senso di pace e armonia che rendono i buoni romanzi a fine lettura, un odore profumo intenso, che riconcilia alla vita, che dona per un po’ serenità interiore nelle intemperie del lungo viaggio, restituendo armonia alle nostre anime spesso arse e affaticate, forse anche da desideri fuori tempo e inutili ambizioni, come l’odore della terra arsa bagnata dalla prima pioggia, come il sentirsi parte di una comunità di fratelli, uniti in un unico destino.

Domenico Di Tullio

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