386510-mansoor01.08.15Kabul, 15 set – Nato presumibilmente tra il 1963 e il 1965, Akhtar Mohammad Mansour ha preso il posto del Mullah Omar come guida del movimento talebano, non senza discussioni e turbolenze. Infatti, a seguito della morte dello storico leader, avvenuta circa due anni fa a seguito di una malattia- secondo quanto dichiarato da fonti talebane il 30 luglio 2015– si è riunita a Quetta, in Pakistan, una “shura” (consiglio) che avrebbe indicato Mansour come nuovo capo dell’Emirato Islamico.

Di etnia pashtun, come la maggior parte dei talebani afghani, nasce nei pressi di Khandahar, nel sud del paese. Durante l’invasione sovietica combatte al fianco del gruppo Mohammad Nabi Mohammadi. Alla fine della guerra decide di emigrare in Pakistan, dove ha inizio la sua formazione religiosa e politica nelle madrase (scuole islamiche) di Peshawar. Durante gli anni del regime talebano in Afghanistan (1996-2001) ricopre la carica di Ministro dell’Aviazione civile. Catturato nel 1997 da un mujaheddin uzbeko, riesce a scappare dalla prigionia grazie all’aiuto del Mullah Omar, il quale sin da subito gli dimostra la sua vicinanza. Nel 2001 decide di arrendersi e chiede l’amnistia all’allora presidente Karzai. Le forze armate americane non credono alla resa e conducono una serie di raid volti a catturare quello che nel 2006 il governo americano ha catalogato come il 23esimo membro della direzione talebana. Viene considerato come uno dei promotori delle trattative di pace e nel 2013 contribuisce all’apertura della base talebana a Doha, in Qatar. L’anno scorso è stato coinvolto nella lotta per il controllo dell’area di Maiwand, una delle più ricche di coltivazione di oppio del paese, contro un’altra colonna portante del movimento talebano, Abdul Ghani Bardar.

Non poche sono state le polemiche nel mondo talebano a seguito dell’elezione di Mansour a successore di Omar: molti sono infatti i sostenitori del figlio maggiore del Mullah, Mohammad Yaqoub, supportato dallo zio Abdul Manan e dal capo dell’ufficio politico talebano in Qatar. Queste turbolenze riguardanti la successione politica della leadership talebana sono evidenti alla luce delle trattative di pace che erano state messe in essere negli ultimi anni. Subito dopo la nomina di Mansour il Pakistan ha annunciato la sospensione del dialogo inter-afghano che avrebbe dovuto tenersi ad Islamabad o in Cina.

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Le sue prime dichiarazioni, riportate sul sito internet “Emirato islamico dell’Afghanistan” (organo di informazione talebana), sono state: “Vogliamo continuare a combattere fino a che la legge islamica venga messa in atto […] non dobbiamo concentrarci sulle trattative di pace o su qualsiasi cosa ne concerna. Noi dobbiamo focalizzarci sulla crescita del sistema islamico”. Paiono essere dichiarazioni un po’ forzate per provenire da quello che era considerato uno dei primi artefici dei negoziati di pace con il governo afghano, da uno dei pochi oppositori interni di Osama Bin Laden, da un uomo definito da Thomas Rutting, analista dell’Afghanistan Analysts Network, come “una persona sicura di sé, composta e aperta alla discussione”.

Questa confusione è chiaro indice di instabilità politica all’interno del movimento stesso, tanto che alcuni analisti sono convinti che la lotta intestina possa continuare tra Mansour a capo della fazione più “istituzionale” dei talebani residenti in Pakistan e il figlio del Mullah Omar, Yaquob, a guida dei più temibili talebani afghani.  Ad incrementare le tensioni è la costante minaccia della penetrazione dell’ISIS anche in Afghanistan e Pakistan.

Rahimullah Yusufzai, giornalista noto per aver intervistato Bin Laden, afferma che la morte del mullah Omar sia stata tenuta nascosta in questi anni per evitare le conseguenti dispute e divisioni interne al movimento. Asserisce, inoltre, che, per guidare il movimento talebano, Mansour dovrà dimostrare di essere un leader molto forte.

Sembra che il nuovo capo talib abbia preso in parola il giornalista: è di ieri la notizia dell’esplosione di un’autobomba all’ingresso del carcere di Ghazni che ha permesso la fuga di circa 350 detenuti e ucciso 4 guardie carcerarie. È stata una mossa il cui evidente fine è stato quello di accrescere il consenso attorno alla nuova guida del movimento.

Ada Oppedisano

 

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