Roma, 29 mar — Probabilmente non ce ne siamo accorti ma oramai siamo già immersi in un vero e proprio conflitto mondiale. Un tipo di comunicazione mediatica alla perenne ricerca del sensazionalismo, quasi sempre condito da un arrivismo ferale; e un martellante approccio ansiogeno capace di edificare nell’immaginario comune una sensazione di perenne emergenzialismo, al quale si unisce un’industria dell’intrattenimento, che va dai videogames al cinema, dove la guerra rimane una delle tematiche più apprezzate, se da una parte permettono l’irregimentazione dell’ascoltatore (consumatore), dall’altra producono uno stato che potremmo definire di sonnambulismo, un vero e proprio distacco dal ciò che è reale e ciò che viene percepito.

Guerra e storia: a volte ritornano

Il ritorno della guerra è un perentorio memento per una classe dirigente, come quella Occidentale, che non ha mai condotto – perlomeno direttamente – un conflitto bellico, ma anche per le sue generazioni giunte alla fase della maturità, quelle che in terra di imperi – usando la cinica metrica dell’analista – sono carne da cannone, potenziali boots on the ground. I conflitti di oggi vedono la predominanza della tecnica, la quale non solo ha estirpato e snaturato il senso profondo e più arcaico del conflitto stesso, ma ne ha anche snaturato lo scontro fisico portandolo a livelli di meschina brutalità mai visti finora nella storia.

La terza guerra? E’ già in atto!

Premettiamo che, al momento, quello che si vuole affrontare non è l’espansione dello scenario di guerra dall’Ucraina ai paesi limitrofi, quanto piuttosto constatare che al posto del clangore dei mezzi pesanti, dei bombardamenti e degli scontri militari che tanto ricordano quelli di epoche passate, stiamo già subendo gli esiti di una vera e propria guerra senza che questa si manifesti con la violenza del conflitto. Per il momento.

Nello specifico, la ragione la si ritrova nel fatto che la guerra stessa è intrinsecamente legata al sistema economico globale: si pensi, ad esempio, agli avvisi di enormi carenze di forniture energetiche, che vanno dal petrolio al gas naturale; o di imminente penuria di grano e altre materie prime, come annunciato recentemente anche dallo stesso presidente americano Joe Biden; ma anche di carenze critiche di neon, palladio e persino alluminio.

Ripensare la globalizzazione?

Questo porterà, inevitabilmente, al riorientamento delle catene di approvvigionamento – si veda al gas liquefatto made in Usa – che avrà un impatto difficilmente prevedibile sulle economie dei paesi Occidentali, già in parte sotto grande pressione per le politiche di contenimento del Covid. Tutto questo, come sostiene l’approfondimento di Greg Kennedy, comparso sul sito Defence in Dept, punto di riferimento per studi strategici inglesi, comporterà un ripensamento delle logiche della globalizzazione, apparentemente già in fase di riorganizzazione, e di ciò che lo ha permesso: il libero mercato e l’ideologia neoliberale.

«L’imminente carenza, in particolare di cereali e altri generi alimentari, creerà notevoli disordini sociali e sconvolgimenti politici quando l’era del cibo a buon mercato si estinguerà del tutto. I mercati aperti per materiali strategici chiave, come il cibo, saranno messi sotto pressione col rischio di essere chiusi. […] Il razionamento e le restrizioni all’approvvigionamento sono realtà sepolte nel nostro lontano passato, una cosa dei secoli bui della Prima e della Seconda guerra mondiale, forse la prima metà della guerra fredda. Ma per coloro che hanno studiato la natura della guerra economica, la futura “pace” sfiderà i governi a fornire stabilità e prosperità [solo n.d.a.] se i preparativi per quella pace non iniziano ora».

La Russia e l’Ucraina, tra le altre cose, sono i principali fornitori di grano e fertilizzanti; inevitabili saranno gli impatti economici sui generi alimentari ad esso direttamente collegati, col rischio di dipendere ancora di più dagli USA, non solo politicamente, ma anche energeticamente e dal punto di vista alimentare, con il pensiero agli OGM.

Giungono notizie di catene di distribuzione italiane che applicherebbero il razionamento per persona di determinati generi alimentari.

Geopolitica, energia, sovranità

Dopo aver derubricato, come se nulla fosse, lo slancio green ed ecochic di Greta Thunberg & co, con un pizzico di realismo dovuto all’attuale situazione internazionale, tornano protagoniste le tematiche energetiche, tese a garantire al paese un’indipendenza di approvvigionamento e uno status di sovranità che lo renda meno vulnerabile agli eventi esterni e che possa sostanziarne una posizione di forza nello scacchiere internazionale. Aspetti che però pretendono l’edificazione di una sovranità che possa partire dalle stesse classi dirigenti, le quali, ad oggi, pare non manifestino, come principale obiettivo, quello della tutela degli interessi nazionali.

Così il professor Kennedy: «L’elenco dei risultati e degli effetti dell’impatto della guerra economica mondiale in cui ci troviamo ora richiede un ritorno a un pensiero più centralizzato e unificato sull’economia non solo come arma ma come vulnerabilità critica. Funzionari e rappresentanti privati ​​e pubblici devono essere intrecciati in un insieme più coerente e collaborativo, un’organizzazione fusa che può vedere i risultati economici e fiscali, nonché la sicurezza nazionale in modo più completo a livello nazionale, e quindi anche collegarsi a livello internazionale con alleati e partner, una specie di NATO economica. Solo ammettendo che il nostro pensiero strategico deve riconoscere che siamo in una Terza guerra mondiale economica si possono produrre le azioni e le soluzioni appropriate in modo coerente?».

Autosufficienza – qualcuno l’ha chiamata autarchia – realismo, interesse nazionale, profondità argomentativa: la nostra classe dirigente prenda appunti.

Valerio Savioli

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