Russia Turchia guerraRoma, 27 nov – A molti l’abbattimento del Sukhoi 24 russo è suonato come i colpi di Gavrilo Princip a Sarajevo di più di un secolo fa: il rullo di tamburi prodromico di un conflitto su scala globale.

Si tende a rivedere, oggi, lo stesso pretesto per scatenare le ostilità che, a prima vista, sarebbero già in corso a causa della differente visione che contraddistingue i due blocchi che si sono delineati sulla questione siriana della lotta all’Isis: da un lato la Russia e l’Iran che parrebbero voler conservare lo status quo con Assad e gli alawiti al potere, dall’altro il blocco Nato e le monarchie del Golfo sunnite che, per interessi a volte diversi, vorrebbero vedere il futuro della Siria, almeno formalmente, caratterizzato da un governo dove venga garantita la presenza dei “ribelli moderati”, che moderati non sono.

Ora, l’abbattimento del Sukhoi 24 russo appare pretestuoso e proditorio se consideriamo le modalità con le quali è avvenuto: i regolamenti Icao, che codificano le regole di intercettazione dei velivoli intrusi, sono stati ignorati dagli F-16 turchi che hanno aperto il fuoco per un presunto sconfinamento di 17 secondi, tempo insufficiente anche per poter prendere una decisione al vertice.
Anche se fosse vero che i cacciabombardieri russi hanno reiteratamente violato quell’istmo di spazio aereo turco durante le operazioni di bombardamento, come sostiene la Turchia (da qui la dichiarazione dei 10 avvisi radio), la violazione delle regole di ingaggio resta.

Questo basta a creare un casus belli? Crediamo di no. Nonostante le tensioni di queste ore ci sono alcune considerazioni che ci portano a pensare che le relazioni tra i due paesi, e tra Russia e Nato in particolare, resteranno agli stessi livelli. Innanzitutto la Nato nella riunione straordinaria tenutasi il pomeriggio del 24, subito dopo l’incidente, si è affrettata a dire, tramite il Segretario Generale Stoltenberg, che “diplomazia e de-escalation sono importanti per risolvere la situazione” oltre ad aver ammesso che “ci sono stati contatti tra Ankara e Mosca, sino ad ora non ci sono stati contatti diretti tra la Nato e la Russia ma siamo in contatto con la Turchia, un membro della Nato, che è stata direttamente in contatto con le autorità russe”, quindi i rapporti tra le due nazioni non si sono interrotti, tanto che, è notizia di oggi, l’aeronautica militare turca ha deciso di sospendere i propri raid nel quadro della lotta della Coalizione al Califfato e parallelamente la Russia ha sospeso la sua campagna aerea nei pressi del confine turco.

Del resto non si capisce come la Russia potrebbe arrivare ai ferri corti con la Nato per colpa della Turchia se dall’altro lato ha dato il pieno appoggio alla Francia, altro membro dell’Alleanza Atlantica, nel quadro della campagna contro lo Stato Islamico.
Inoltre, come rilasciato dal Ministro degli Esteri Sergey Lavrov in una conferenza stampa il giorno prima dell’incidente “Nel corso degli anni passati, le relazioni russo-turche sono cresciute in una stretta e diversificata partnership. L’Alto Consiglio di Cooperazione Russo-Turca (HLCC) che è stato creato nel 2010 ed è presieduto dai leader di Russia e Turchia, ha provato di essere un mezzo efficace e sostenibile. L’HLCC comprende il Gruppo Riunito di Pianificazione Strategica che monitora la cooperazione tra Russia e Turchia sul piano internazionale, la Commissione Mista Intergovernativa sul Commercio e la Cooperazione Economica e il Forum Pubblico (nodi socioculturali)”.

Quello che è inoltre interessante sottolineare del discorso di Lavrov è il passaggio che deve rappresentare la chiave di lettura della attuale “crisi” russo-turca: “La cooperazione economico-commerciale russo-turca deve avere un ulteriore impulso alla luce delle sanzioni occidentali contro la Russia”. Infatti, come si legge nel comunicato del ministero degli Esteri russo, “la cooperazione energetica bilaterale è un fattore chiave”.
La Russia infatti ha forti interessi in Turchia, oltre al progetto del Turkish Stream, il nuovo gasdotto che dovrebbe portare gas all’Europa dopo che è saltato il South Stream, la Russia ha in previsione la costruzione di una centrale nucleare ad Akkuyu, che viene considerata come un progetto strategico.

Lo stesso Lavrov più recentemente ha detto che, sebbene l’incidente appaia una provocazione pianificata, i due paesi non entreranno in guerra e che “il nostro atteggiamento verso il popolo turco non è cambiato, abbiamo questioni sull’operato dell’attuale leadership della Turchia”. Occorre anche chiarire che il governo russo non ha mai ordinato il rimpatrio dei propri cittadini dalla Turchia, ma ha solamente sconsigliato ai suoi cittadini di intraprendere viaggi in quel paese, dato che considerano la situazione pericolosa per i propri connazionali a causa della minaccia terroristica.

Una misura come questa rientra nelle intenzioni della Russia di rispondere all’aggressione a livello economico commerciale, il Primo Ministro Medvedev nella giornata di ieri ha infatti affermato che la Russia può prendere severi provvedimenti come “la sospensione dei programmi di cooperazione economici, la restrizione delle transazioni commerciali internazionali, misure nel settore del turismo, emendamenti sugli accordi doganali di import export” ed altro ancora. Ma appunto è stato usato il condizionale sebbene Medvedev abbia richiesto che tali misure vengano attivate nel più breve tempo possibile.

Le due Nazioni sembrano insomma fare la voce grossa ma alla luce dei fatti crediamo sia solo una questione di propaganda, almeno per il momento. Quello che è certo è che dall’incidente ne ha guadagnato solo la Russia, soprattutto per la reazione che sta avendo: avrebbe potuto rispondere con la forza militare all’aggressione turca, provocando, questa volta davvero, un’escalation nella zona. Ma la linea tattica scelta da Putin, il rafforzamento delle difese antiaeree, quindi difensive, e l’invio di caccia di scorta, unita alla paventata decisione di ritorsioni economico-commerciali, rappresentano la risposta più saggia alla crisi, dato che ora la Russia avrà un peso politico maggiore nel decidere le sorti dell’area, sorti che, come abbiamo modo di credere, prevedono il futuro della Siria con un governo dove vi siano presenti esponenti delle “forze ribelli”, e quindi la possibilità concreta che Bashar al-Assad sia stato già sacrificato nel nome del gas russo e del nucleare iraniano.

In sostanza se la situazione resta questa è improbabile, ma non impossibile, che si arrivi ad un’escalation militare tra Nato e Russia che provocherebbe un conflitto mondiale. Bisogna vedere, qualora in futuro vi siano altri incidenti simili, fino a che punto le varie Nazioni coinvolte reputino sacrificabili i propri interessi economico-commerciali e se davvero si vuole arrivare ad una guerra totale per la Siria, che, più che essere una base russa (Tartous è solo un porto di appoggio, di certo non è una Pearl Harbor russa nel Mediterraneo o una Sebastopoli) o al centro di interessi commerciali, rappresenta un simbolo di due differenti visioni geopolitiche, da un lato quella occidentale/americana di esportazione della democrazia, dall’altro quella russa che vede con apprensione questa politica di distruzione dei regimi autoritari in Medio Oriente e Nord Africa in quanto potrebbe portare ad una tale destabilizzazione degli equilibri che coinvolgerebbe la Russia stessa; e forse è questo il vero nodo fondamentale che potrebbe diventare un casus belli.

Paolo Mauri

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