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Tibet, il premier in esilio punta all’autonomia in cinque anni

by Guido Bruno
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dalai lama premiet tibetNuova Delhi, 28 mag – Dopo le elezioni dello scorso marzo si è tenuta ieri a Dharamsala, nel nord dell’India, la cerimonia di giuramento del primo ministro del governo in esilio del Tibet, Lobsang Sangay. La notizia dell’insediamento di Sangay è stata data sul sito del Central Tibetan Administration, la cerimonia è avvenuta davanti al tempio di Tsuglagkhang e alla presenza del Dalai Lama delle autorità indiane dell’Arunachal Pradesh e centinaia di tibetani esiliati.

Il primo ministro Sangay dopo aver vinto il primo turno delle elezioni nello scorso ottobre, si era riaffermato con il 57% dei voti nel secondo turno del 20 marzo battendo il rivale e presidente del Parlamento liberato Penpa Tsering, al voto avevano partecipato più di 90 mila tibetani della diaspora. Nel discorso d’insediamento il primo ministro tibetano ha delineato la nuova strategia politica del “5-50” spiegando che “i tibetani punteranno ad ottenere una vera autonomia nei prossimi cinque anni o la Cina gradualmente cambierà in nostro favore nei prossimi cinquant’anni”. Sangay ha lodato i sacrifici degli oltre cento monaci tibetani, immolatisi dal 2009 a oggi, in segno di protesta contro l’occupazione cinese.

Secondo un rapporto di qualche giorno fa di Human Rights Watch, la campagna di “Sistema di mantenimento della stabilità” del governo cinese, mirata alla repressione del dissenso pacifico in Tibet. Il rapporto di 86 pagine dimostra il cambiamento dei modelli di detenzione, azioni penali e condanne dei soggetti considerati politicizzati, il periodo preso in esame è quello del 2013-2015. Il “Sistema di mantenimento della stabilità” cinese ha portato alla sorveglianza e controllo senza precedenti nei villaggi e nella città tibetane, su 479 casi di arresto esaminati “molti dei tibetani arrestati e processati erano leader delle comunità locali, attivisti per la difesa dell’ambiente, persone dedite ad attività sociali e culturali, scrittori e cantanti”. Il controllo e la sorveglianza sempre più stretta della popolazione tibetana da parte delle autorità cinesi sta suscitando crescenti proteste, che vengono poi represse sempre più duramente.

Guido Bruno

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