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Roma, 14 giu — La vecchia, cara, rassicurante torta di mele è in realtà simbolo di schiavismo e colonialismo e va pertanto bollata come «razzista». L’inappellabile sentenza arriva da Raj Patel, giornalista esperto di gastronomia del Guardian, che in un articolo uscito giorni fa inchioda il dolce dell’infanzia di milioni di americani alle sue inderogabili responsabilità. Secondo Patel, infatti, la torta di mele «ha origini sanguinose» ed è «americana come lo è la terra, la ricchezza e il lavoro che hanno rubato».



Anche la torta di mele retaggio colonialista

L’ingiustizia alimentare ha radici profonde: cominciamo con la torta di mele americana, tuona il titolo dell’articolo incriminante. «Le mele hanno viaggiato nell’emisfero occidentale con i coloni nel 1500 in quello che veniva definito lo “scambio colombiano”, che risultò in un vasto genocidio di popolazioni indigene». Non solo: i colonizzatori inglesi usavano i meli «come indicatori di civiltà, vale a dire di proprietà» nei nuovi insediamenti. «John Chapman, meglio conosciuto come Johnny Appleseed, ha portato questi segni di proprietà colonizzata alle frontiere dell’espansione statunitense, dove i suoi alberi simboleggiavano l’estirpazione delle comunità indigene».

Condannato anche lo zucchero

Non solo le mele finiscono sul banco degli imputati. «Non che lo zucchero sulla crosta sia unicamente americano». Infatti, l’arrivo dello zucchero negli Stati Uniti nel 1700 è concomitante con il traffico degli schiavi a New Orleans. Finiti gli ingredienti — e non pago di farci andare di traverso la torta di mele — Patel se la prende con la tradizionale tovaglia a quadretti su cui si lascia raffreddare il dolce. E’ appropriazione culturale, perché «i nativi americani indossavano già il cotone quando Cristoforo Colombo sbarcò in America nel 1492». E dulcis in fundo, il commercio del cotone «ha schiavizzato e commesso atti di genocidio contro milioni di indigeni nel Nord America e milioni di africani e dei loro discendenti attraverso il commercio transatlantico degli schiavi».

Ha concluso: «La storia del sistema alimentare statunitense è sempre stata, tuttavia, una storia di lotte. “Giustizia alimentare” è un termine comprensibile solo perché le comunità oppresse e sfruttate si sono organizzate per vendicarsi contro le predazioni del capitalismo statunitense».

E dopo la torta di mele, cos’altro?

E insomma: non solo vogliono farci vergognare di essere bianchi, ma hanno deciso di ficcare il naso anche in cucina e guastarci l’appetito. Per chi è tanto autorazzista da essere disposto a farselo guastare, beninteso. Come se ogni volta che apri la credenza per farti uno spuntino, ti ritrovi il Raj Patel di turno ad ammonirti con il ditino che devi combattere la diffusione dei retaggi colonialisti, altrimenti sei colpevole quanto un negriero del ‘700. Quand’è che verremo etichettati come razzisti anche per il modo in cui ci sediamo sulla tazza del water?

Cristina Gauri



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2 Commenti

  1. Fumo e nozionismo: binomio fantastico. Come italiani ne sappiamo già qualcosa, oppure abbiamo dimenticato tutto?!

  2. ennesima prova provata che la pretesa “integrazione” non esiste.

    un Raj Patel rimarrà indiano per tutta la vita e mai e per nessuna ragione sarà uno Steve Jones da Sheperds’ Bush,inutile nemmeno pensarlo.

    serpi in seno con un profondo odio per l’uomo bianco occidentalo…altro che apple pie.

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