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Trappolone inglese: così stanno sabotando la Brexit

by Adriano Scianca
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brexit-alta-corteLondra, 5 nov – Era qualche giorno che quella vecchia volpe di Tony Blair se la ridacchiava sotto i baffi. Il Regno Unito mantenga tutte «le opzioni aperte» su Brexit, diceva. Le opzioni aperte? Ma il popolo britannico ha già scelto la sua opzione: via dalla Ue. Sappiamo, però, che quando ci sono questioni che stanno a cuore ai mercati, la democrazia diventa un grazioso orpello di cui, alla fin fine, si può pure fare a meno. La puzza di trappolone che aleggiava sulle dichiarazioni dell’ex premier si è poi concretizzata con il pronunciamento dell’Alta Corte britannica, secondo cui è necessaria l’approvazione del Parlamento perché il Regno Unito inizi il processo di uscita dall’Unione Europea. In buona sostanza, il governo britannico non potrà attivare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che sancisce l’avvio dei negoziati per l’uscita, senza avere l’ok di Westminster.

Tutto nasce dal ricorso presentato da Gina Miller, donna di affari che si è appellata all’Alta Corte di Londra contro la decisione del primo ministro Theresa May di invocare l’articolo 50 del trattato europeo nel marzo prossimo, senza sottoporre il procedimento a un voto del Parlamento. I giudici, ora, hanno stabilito che il voto del referendum era meramente consultivo. Non si può prescindere dal voto della camera dei Comuni e di quella dei Lord. A prescindere dai meccanismi istituzionali e legali, il principio è singolare: il Parlamento è un organo di democrazia delegata perché non per tutto può essere sempre chiesto il parere del popolo in via diretta. Ma quando esso si esprime, il Parlamento dovrebbe fare un passo indietro. Sembra invece che non sia così. Theresa May ha già annunciato un appello alla Corte suprema contro il verdetto, ma a questo punto è interessante capire dove vogliano andare a parare i mestatori dell’anti-Brexit. In Parlamento, infatti, il governo potrebbe anche essere sconfitto. A quel punto varie opzioni resterebbero sul tavolo: una Brexit soft, un nuovo referendum, elezioni anticipate o addirittura, niente più uscita dalla Ue, con tanti saluti al chiarissimo e inequivocabile pronunciamento popolare.

A questo punto, risuonano emblematiche le parole del suddetto Blair, che aveva detto alla Bbc: «Non c’è assolutamente alcuna ragione perché si chiudano le porte a certe opzioni. Abbiamo il diritto di continuare a riflettere e, se necessario, cambiare parere. Se in corso d’opera diventasse chiaro che l’accordo di uscita dalla Ue non è soddisfacente o se la nostra uscita si rivelasse talmente pesante da far cambiare opinione ai cittadini, allora bisognerà trovare una soluzione, sia in sede parlamentare sia, la cosa è possibile, con un nuovo referendum». In pratica continuare a votare a oltranza finché il popolo non voti nel modo «giusto». Una bella gatta da pelare per la May, che aveva già annunciato l’intenzione di attivare la procedure di uscita del Regno Unito dall’Ue entro marzo 2017. Una volta scattata la notifica, sarebbero cominciati i due anni di negoziati per stabilire le condizioni dell’addio. Ora però, tutto si fa molto più complicato. Il governo britannico «non ha intenzione di far sì che questo faccia deragliare l’articolo 50 e il calendario che abbiamo previsto. Siamo determinati ad andare avanti con il nostro piano», spiega un portavoce di Downing street, citato da Bbc. Oggi, intanto, la premier britannica si sentirà telefonicamente con il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker. La Commissione europea, dal canto suo, non commenta quelli che definisce «meccanismi costituzionali di uno Stato membro». Ma che tutti, a Bruxelles, spingano per fregare gli elettori britannici, non è un mistero per nessuno. Ma, certo, la credibilità delle istituzioni europee e la loro legittimazione democratica ne uscirebbero ancora di più a pezzi. «Non hanno idea del livello di rabbia popolare che questo provocherà», ha tuonato il redivivo Nigel Farage. L’unico che potrebbe guadagnarci dal clamoroso voltafaccia delle istituzioni britanniche.

Adriano Scianca

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Luca 6 Novembre 2016 - 5:59

Il parlamento dovrebbe semplicemente prendere atto del voto e deliberare l’uscita ex art 50. Non riesco a immaginare su quali basi potrebbe comportarsi diversamente

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