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donald-trump-kim-j_3545919bRoma, 18 mag – Una frase in realtà banale: Donald Trump parlerebbe con il leader nordcoreano Kim Jong Un? “Parlerei con lui, non avrei problemi a parlare con lui”, ha risposto il tycoon. E giù tutti a titolare sul magnate pazzo di estrema destra che crea un asse con il dittatore pazzo comunista. Tutto questo in una nazione che da decenni fa molto più che “parlare” con galantuomini come i sauditi. Gli Usa non ha mai avuto contatti diretti con Kim Jong-un, succeduto al padre Kim Jong-il alla sua morte nel dicembre 2011. Al massimo sono avvenuti contatti tra funzionari di medio livello, presto naufragati per le periodiche dimostrazioni di forza di Pyongyang.

Ora Trump annuncia la svolta. Che tuttavia non consiste in una sorta di alleanza, come lasciano intendere certi titoloni, ma nella mera disponibilità a parlare per fermare il programma nucleare nordcoreano. Il candidato repubblicano ha aggiunto che cercherebbe anche di spingere la Cina a contribuire allo sforzo per fermare il programma nucleare nordcoreano: “Metterei un sacco di pressione sulla Cina, perché economicamente abbiamo un enorme potere sui cinesi”. In risposta alle dichiarazioni del candidato repubblicano, Hillary Clinton ha fatto notare “la bizzarra fascinazione per gli uomini forti stranieri” di Trump. Clinton inoltre, attraverso un suo portavoce, ha affermato che la politica estera di Trump “non ha senso”. Intanto il leader nordcoreano ha appena promosso ministro degli Esteri Ri yong-ho, un diplomatico che in passato è stato il capo delegazione di Pyongyang al tavolo dei “colloqui a sei” (Nord Corea, Sud Corea, Usa, Cina, Russia e Onu). Buon segno? Vedremo.

Roberto Derta

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