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Damasco, 11 lug – Sarà colpa del rumore dei mortaretti sparati dai black block, sarà stato qualche brindisi di troppo, ma pare che Trump e Putin non si siano intesi benissimo, quando al G20 di Amburgo hanno discusso di un cessate il fuoco per la Siria meridionale. In poco meno di 24 ore infatti, l’Esercito Siriano, con una offensiva poderosa e ben pianificata, ha attaccato le difese dei ribelli lungo tutta la linea del fronte che si estende nelle provincie di Damasco e Al Suwaida, conquistando decine di villaggi e alcune migliaia di metri quadrati di territorio. Non si sono mossi – va detto – in direzione di Al Tanf, cittadina al confine con la Giordania che gli Statunitensi hanno minacciato di difendere strenuamente in caso di attacco governativo, ma per il resto gli alti comandi di Damasco se ne sono fregati di quanto concordato fra Stati Uniti e Russia.

In realtà, non è che fossero chiarissimi i confini dell’area interessata dal cessate il fuoco, e non risultano al momento prese di posizione da Washington, mentre i ribelli anti-Assad, presi di sorpresa e costretti a ritirarsi nella enorme e disabitata sacca a ridosso del confine giordano, hanno emesso diversi comunicati in cui si stigmatizza la violazione della tregua da parte di Damasco. Una chiave di lettura potrebbe essere una sorta di passo indietro da parte degli Stati Uniti che, dopo aver bombardato una base siriana a seguito del fantomatico attacco chimico di Khan Shaykoun e dopo l’abbattimento di un caccia di Damasco nei cieli di Raqqa, non sembrano più troppo convinti della linea tenuta negli ultimi mesi. Da un lato, un consigliere dell’ex presidente Obama, in una email indirizzata al Time, ha evidenziato che oramai Trump considera la posizione di Assad blindata da Russia e Iran, e che quindi è inutile intestardirsi sul cambio di regime. Dall’altro, sono risultate sorprendenti le dichiarazioni del Segretario di Stato Tillerson che, in un incontro con i giornalisti ha sostanzialmente ammesso che probabilmente la Russia ha avuto un approccio più corretto rispetto agli Stati Uniti nei confronti della questione Siriana.

Sia quel che sia, i balletti diplomatici di Washington sembrano avere ben poco peso sulla situazione militare, visto che l’esercito continua a strappare territori sia all’Isis (proprio in queste ore è in corso un nuovo tentativo di raggiungere Al Sukhna, ultimo bastione difensivo dello Stato Islamico prima di Deir Ez Zor) sia ai ribelli moderati del Free Syrian Army, sia alle milizie integraliste a vario titolo riconducibili ad Al Qaeda e a organizzazioni analoghe. Leggermente meno confusa pare essere la posizione americana nel quadrante nord del Paese, in cui l’appoggio dato alle Syrian Democratic Forces a maggioranza curda sta permettendo loro di entrare a Raqqa, sedicente capitale dello Stato Islamico. A pochi giorni dalla presa di Mosul, il Califfo Al Baghdadi, ammesso che non abbia già raggiunto le sue vergini nel mondo dei più, potrebbe perdere anche Raqqa. Tuttavia, se è vero che sul campo gli alleati curdi degli Stati Uniti la stanno spuntando, va sottolineato che non è stata ancora esplicitata alcuna strategia per quanto accadrà dopo. I Curdi siriani sono infatti schiacciati fra il governo di Damasco, che potrebbe concedere una qualche forma di autonomia (i Curdi e Assad hanno spesso apertamente collaborato, negli ultimi mesi), ma di sicuro non accetterebbe alcuna secessione, ufficiale o ufficiosa, del nord, e la Turchia, che sta intensificando le operazioni sia nel cantone a maggioranza curda di Afrin, sia nella zona di Manbij, a maggioranza araba, ma in questo momento sotto controllo delle milizia curde. E in vista del primo anniversario del tentato golpe contro Erdogan, è lecito aspettarsi qualche colpo di scena anche in quell’area.

A loro volta, Ankara e Damasco restano antagonisti, nonostante la sostanziale convergenza sulla questione curda, e anche se i sei anni di guerra ci hanno abituati a ogni possibile giravolta, difficilmente troveranno un accordo. Anche perché in questo caotico quadro, si inserisce il sempre più vicino referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno, che, nonostante la dirigenza curda di Erbil continui ad assicurare che è solo un modo per avere più peso nelle trattative del dopoguerra con Baghdad, minaccia di rappresentare un nuovo casus belli in un’area che non ne sente il bisogno. Lo stesso Iran, che attraverso l’operato dell’onnipresente Generale Soleimani sta contribuendo a dare al conflitto un indirizzo favorevole ad Assad, potrebbe anche accontentarsi di riportare sotto l’autorità di quest’ultimo solo la Siria centrale e meridionale. Ma non può accettare l’indipendenza dei Curdi iracheni, che costituirebbero un modello per i milioni di loro connazionali all’interno delle frontiere iraniane. E proprio Soleimani avrebbe velatamente minacciato i leader curdo-iracheni a cambiare programma. Senza grandi risultati, visto che una delegazione sarebbe pronta a far un giro delle cancellerie occidentali per convincerli di quanto sia sacrosanto il loro referendum indipendentista. Sponsorizzatissimo peraltro da Israele, e si sa quanto potrebbe pesare l’influenza di Tel Aviv.

In ogni caso, quello che gli avvenimenti di questi mesi sembrano dimostrare, è che la pace, quando sarà, non sarà una pax americana, ma il frutto di faticose mediazioni fra le diverse parti in causa. E forse, la guerra civile siriana, sui libri di storia sarà studiata come l’evento che ha segnato la fine del cosiddetto “secolo americano”.

Mattia Pase

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