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i neocon non sono allineati a TrumpWashington, 15 giu – “Oltraggio alla giustizia”. È questa l’ultima tegola sulla testa del presidente americano Donald Trump nell’ambito del Russiagate. Proprio nel giorno nel suo 71esimo compleanno Trump è finito sotto indagine e potrebbe rischiare l’impeachment. Per la stessa accusa Nixon, all’epoca dello scandalo Watergate, diede le dimissioni. A dare la notizia dell’indagine è il Washington Post, che cita cinque persone messe a conoscenza dei fatti e spiega che il procuratore speciale Robert Mueller, che guida l’indagine sul ruolo della Russia nelle elezioni presidenziali del 2016, “indagherà alti dirigenti dell’intelligence nell’ambito di una indagine più ampia che ora include l’esame dell’ipotesi se Donald Trump ha tentato di ostruire la giustizia”. Cioè il Procuratore Speciale Mueller sta ascoltando coloro su cui il presidente potrebbe avere fatto pressioni. Alla Casa Bianca, però, non ci stanno e l’avvocato di Trump, Marc Kasowitz grida all’oltraggio e il suo portavoce afferma: “la fuga di notizie dell’Fbi riguardanti il presidente è scandalosa, ingiustificabile e illegale”.

Quello che era nato come una serie di ipotesi e supposizioni sul ruolo della Russia nelle elezioni americane di novembre 2016 sta diventando per Trump una gatta da pelare che mette a repentaglio la sua poltrona alla Casa Bianca. Fin dai primi vagiti della campagna elettorale si sospettava che il presidente russo Vladimir Putin ci avesse messo lo zampino per favorire il tycoon ai danni della superfavorita Hillary Clinton. In particolare sembrava esserci il tocco russo nello scandalo delle email della Clinton e dietro a una serie di attacchi hacker che hanno colpito i sistemi informatici e i computer dei democratici.

Ma solo a gennaio 2017 le cose cominciano a mettersi male, dopo che il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn omette di dichiarare al vice presidente Mike Pence di aver parlato delle sanzioni inflitte a Mosca in diversi incontri tenuti con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak. In seguito Flynn si dichiara pronto a testimoniare in cambio dell’immunità ma poi tace. Da qui l’Fbi ha cominciato a indagare seriamente sui rapporti tra Washington e Mosca, e da qui il nome Russiagate. A capo dell’indagine c’è James Comey, il direttore repubblicano dell’Fbi che si è sempre distinto per professionalità anche ai tempi di Obama. Trump a maggio lo licenzia.

Tra gli elementi da tenere presente c’è anche l’ammissione di Trump che via twitter dice di aver condiviso con i russi alcuni segreti di intelligence sul terrorismo, che gli sarebbero stati rivelati da Israele. Una grana che inguaia non poco il presidente americano. Anche perché il genero di Trump, l’ebreo ortodosso Jared Kushner, oltre a essere uno dei suoi più fidati consiglieri arriva da una famiglia molto vicina economicamente al premier israeliano.

Nel frattempo il disoccupato James Comey, comincia a parlare e a riferire delle ingerenze e delle pressioni per insabbiare l’indagine, del fatto che Trump ha mentito e che non ci sono dubbi sulle reali interferenze di Mosca nelle elezioni 2016. Comey parla anche di Jeff Sessions, ministro della Giustizia, accusato di aver intrattenuto rapporti con l’ambasciatore russo. Ma Sessions bolla la deposizione dell’ex capo dell’Fbi come piena di “bugie odiose” e sostiene di aver incontrato Kislyak due volte e non tre, e che mai avrebbe parlato con lui di questioni inappropriate.

Adesso che Turmp è sotto indagine per aver oltraggiato la giustizia il Procuratore Speciale Mueller potrà incriminarlo, oppure fare in modo che il Senato avvii le pratiche per metterlo sotto impeachment. Molto dipenderà dalle deposizioni di Michael Flynn che al momento continua a tacere. Sarebbe l’ennesimo colpo di scena.

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