i neocon non sono allineati a TrumpRoma, 23 feb – L’era dei neocon è finita? Chi abbia presente gli equilibri politici e ideologici dell’America a cavallo dell’11 settembre saprà bene di cosa parliamo: i neoconservatori sono stati l’anima strategica della presidenza di George W. Bush. Hanno predicato la necessità di una nuova egemonia americana, da attuare attraverso l’espansione globale e militare dei valori liberali. Con l’attacco alle Torri gemelle hanno fatto bingo e le guerre in Iraq e Afghanistan sono state fortemente ispirate da loro. Il ritorno dei repubblicani alla Casa Bianca, tuttavia, non ha coinciso con un re-insediamento dei neoconservative alla corte di Trump.

Tutt’altro. Un cambiamento d’epoca che trova il suo simbolo accidentale nella morte, in questi giorni, di Michael Novak, che apparteneva all’ala theocon. Ovvero i neocon cattolici. Erano Novak, Richard J. Neuhaus, George Weigel e altri. Come quasi tutti i neoconservatori, anche loro hanno iniziato il loro percorso intellettuale nella sinistra politica più o meno radicale per poi avvicinarsi gradualmente al Partito repubblicano. Sostenitori del concilio Vaticano II e tutt’altro che tradizionalisti, i catholic neocon trovarono in Giovanni Paolo II il punto di riferimento intellettuale e in George W. Bush quello politico. La loro ideologia puntava tutto sulla speciale missione che gli Stati Uniti nel mondo, da attuare anche con la guerra. Novak si recò perfino in Vaticano per tentare di convincere il Papa della moralità del conflitto iracheno. Va detto, tuttavia, che i neocon cattolici erano una minoranza, nel movimento. Per il resto, questa corrente fu un affare quasi esclusivamente ebraico.

Quando chiesero ad Ann Coulter, una scrittrice particolarmente guerrafondaia e anti-musulmana, se fosse una neoconservative, rispose: “No, io sono una gentile”. Anche loro avevano radici a sinistra. Nel trotzkismo, per la precisione. I Podhoretz, famiglia ebraica originaria della Galizia ucraina da cui vengono i neocon Norman e suo figlio John, erano notoriamente di sinistra. Irving Kristol, soprannominato “il padrino dei neocon” e padre di Bill, ha fatto parte negli anni Quaranta di un gruppetto trotzkista antisovietico di New York. È sua la definizione del neoconservatore come “un liberal che è stato aggredito dalla realtà”. Secondo lo scrittore Michael Lind, il concetto neocon di “rivoluzione globale democratica” non è altro che l’aggiornamento della “rivoluzione permanente” di Trotsky. Come scrisse Michael Ledeen su National Review: “Distruzione Creativa è il nostro mezzo. È venuto il tempo, ancora una volta, di esportare la rivoluzione democratica”. Il conservatore tradizionale Claes Ryn ha invece detto che i neocon “sono una varietà di neogiacobini”, con le stesse velleità messianiche e la medesima retorica moralistica. Trotzkista è, di nuovo, l’ammirazione per l’esercito e l’organizzazione militare (Trotsky diresse l’Armata rossa) e la tattica dell’entrismo predicata dalla Quarta internazionale, che prescrive ai militanti, nei periodi di scarsa forza politica, di infiltrarsi in altre organizzazioni aspettando tempi propizi. Lo fecero con Bush, in effetti.

Con Trump la questione si è enormemente complicata. Del resto un presidente che dice “Putin un assassino? Ma perché il nostro paese è così innocente?” appare inconcepibile, in una visione neocon. Il Trump che giudica la guerra in Iraq come “la peggiore decisione” per l’America e fa di tutto per scongiurare una nuova crociata per la democrazia in Siria è la negazione vivente del verbo neoconservatore. Basti ricordare che già nell’aprile 2006 Robert Kagan scriveva sul Washington Post che erano Russia e Cina, non “le piccole dittature del Medio Oriente” la più grande “sfida che il liberalismo deve affrontare oggi”. Praticamente il contrario di quanto ribolle sotto al riporto arancione del neopresidente. E infatti la rottura è stata immediata: nel 2016, Daniel Pipes si è dimesso dal Partito repubblicano dopo che era stata convalidata la nomination di Donald Trump come candidato presidenziale. Kagan – che è sposato con Victoria Nuland, già assistente per gli affari europei ed eurasiatici nell’amministrazione Obama – ha lasciato anch’egli il partito, schierandosi apertamente con Hillary Clinton e definendo Trump un “mostro di Frankenstein”. Nel maggio 2016, Kagan ha scritto un articolo sul Washington Post per dire che l’ex tycoon rappresentava “l’ascesa del fascismo in America”. E ancora qualche giorno fa, Bill Kristol ha scritto un tweet in cui ha affermato di “preferire il Deep State al Trump State” (lo “Stato profondo” è l’espressione gergale che designa l’esercito discreto di burocrati e funzionari, per lo più, oggi, di estrazione obamiana). Lo scontro non poteva essere più aspro. Ovviamente questo non significa che Trump non possa avere consiglieri anche più controversi, mentre alcuni neocon, come il famigerato Ledeen, sembrerebbero essersi riposizionati al servizio del neopresidente. Ma se non altro quella stagione ideologica, che ebbe anche pedisseque imitazioni da noi, può dirsi chiusa senza rimpianti.

Adriano Scianca

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