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tsiprasAtene, 31 gen – Il livello di retorica della sinistra progressista italiana a seguito della vittoria di Tsipras in Grecia è diventata talmente seccante che urge mettere i puntini sulle i, come si suole dire, per evitare di incorrere in confusioni anche più gravi della semplice fascinazione esterofila a cui, come Italiani, siamo decisamente abituati.

Che le cose non siano esattamente come ce le raccontano, dovrebbe risultare palese da un semplice dato di fatto: l’unica borsa a soffrire in Europa dopo le elezioni è stata quella di Atene, il che se la logica non è un’opinione, vuol dire che i “mercati” sono rimasti del tutto indifferenti alla notizia. Detto in altre parole: la Grecia non ha prodotto alcun fenomeno di contagio finanziario.

Tsipras ha un bel da dire che “andrà in Europa”, e ci andrà pure, ma non nel senso che il ceto medio riflessivo della sinistra nostrana indica: entro il 28 febbraio Atene necessita di 7 miliardi per pagare le pensioni, perché le casse dell’erario sono vuote nonostante le acrobazie contabili con cui si cerca di fare apparire chissà quale avanzo di bilancio. Non solo il demagogo ben pettinato non può attualmente mantenere le promesse, ma potrebbe persino essere costretto ad operare ulteriori tagli se Bruxelles gli dovesse rispondere negativamente. Oltretutto, entro l’estate avrà la necessità di raccogliere circa 10 miliardi di ulteriori prestiti, altrimenti… ci siamo capiti.

In questo senso, e non altro, va letto il “no” alle sanzioni verso la Russia: non avendo armi finanziarie da far valere, Tsipras è costretto ad usare un’arma politica, oltretutto molto pericolosa perché non è possibile mantenere a lungo una posizione così ambigua.

Il Renzi dell’Ellade si illudeva in un terremoto nelle borse e in una impennata dello spread di Italia, Spagna e Portogallo, non appena avesse vinto. Questo avrebbe risvegliato le paure di contagio, e gli avrebbe dato potere negoziale che tanto agognava. Sfortunatamente per lui, anche grazie al quantitative easing, le borse sono rimaste stabili e lo spread degli altri paesi non ha fatto una piega. Nemmeno alleandosi con un partito della destra (moderatamente) euroscettica è riuscito ad ottenere il risultato sperato.

Bisogna chiarire una cosa che forse sfugge: come abbiamo detto, entro fine febbraio il governo greco necessita di liquidità immediata, e per ottenerla deve portare a case le “riforme”. Le riforme sono così popolari, che il precedente governo ha preferito consegnare la patata bollente nelle mani di Tsipras. Nei prossimi tre mesi, le banche greche necessitano di 40 miliardi di rifinanziamento da parte della Bce. I greci, infine, non hanno pagato l’ultima rata dell’imposta sui redditi sperando in Tsipras novello salvatore della Patria, e non si sa a tutt’ora a quanto ammonti effettivamente il buco di bilancio così generato.

Ad essere maliziosi, si potrebbe pensare che Tsipras è stato semplicemente raggirato, oppure che si sia prestato volutamente ad interpretare, tra le altre maschere, anche la parte del Grillo ellenico per sedare gli animi che si stavano pericolosamente spostando sull’unica forza di opposizione reale. Al massimo, potrà sperare in una proroga del prestito da 240 miliardi, ma questo non lo aiuta in realtà, perché necessita di liquidi in tempi strettissimi.

Nel frattempo, il Fondo monetario internazionale ha venduto i suoi bond greci alla stessa finanziaria che sta trattando l’Argentina come sappiamo. Con la differenza che l’Argentina ha una sua valuta sovrana, mentre la Grecia no. Come dice Francisco de Quevedo: Nessuno promette tanto come quello che non manterrà.

Matteo Rovatti

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