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Roma, 7 apr – La Turchia è una nazione che ha una tragica memoria legata ai colpi di stato, basti pensare al tentativo fallito nel 2016 di operare militarmente un cambio di regime. La paura di un nuovo golpe è quindi de iure la motivazione dietro l’arresto di 10 ammiragli in pensione, i quali facevano parte di un gruppo di 104 ufficiali anziani che insieme avevano sottoscritto una lettera critica verso le conseguenze diplomatiche dell’edificazione del Canale di Istanbul.

L’origine del disordine è legata al progetto di edificare un corso d’acqua alternativo al Bosforo per permettere il transito di navigli e decongestionare il traffico marino. Il problema è che lo stesso non sarebbe coperto dalla Convenzione di Montreux – lo storico accordo che dal 1936 regola il traffico marino nell’area degli stretti. Questo sarebbe un male per gli ex-militari, i quali considerano vitale la convenzione e l’eventuale ritiro dalla stessa un errore.

La convenzione di Montreux

L’oggetto della critica degli ammiragli è quindi un eventuale ritiro dalla convenzione, definito “possibile” dal presidente del parlamento, Mustafa Sentop. L’accordo – sottoscritto nel 1936 dal pater patriae turco Mustafa Kemal Ataturk – accorda la libertà di passaggio per i Dardanelli e per il Bosforo da parte delle navi mercantili in tempo di pace e di guerra, altresì regolamentando severamente il passaggio di navi militari.

La convenzione ha quindi sempre garantito l’interconnessione commerciale tra Mar Nero e Mar Mediterraneo. La messa in discussione del trattato da parte dell’Urss ha portato ad un avvicinamento tra Ankara e Washington. Ad oggi, invece, il trattato favorisce un sistema economico aperto, ponendo delle limitazioni alla volontà russo-turca di avere nel Mar Nero uno spazio commercialmente protetto.

Il canale di Istanbul

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, da parte sua, ha detto di escludere il ritiro dalla convenzione. Ha poi definito l’edificazione del canale come un qualcosa che garantirà l’indipendenza della Nazione, precisando però che collegare il corso d’acqua al trattato di Montreux sarebbe un errore. Oltre a una riduzione del traffico marittimo, il canale potrebbe infatti garantire anche una maggiore sovranità turca sugli Stretti.

Il progetto nasce nel 2011, quando Erdogan era primo ministro. Per lungo tempo è rimasto sulle scrivanie, ora però è stato ripreso e i cantieri potrebbero iniziare a breve. Con un costo di costruzione sui 10 miliardi di dollari, il canale passerà a ovest di Istanbul e sosterrà la crescita economica della Turchia, questo mentre già si fanno analogie tra Panama, Suez e questa nuova, ambiziosa, opera.

Turchia, tra timori di golpe e controllo del mare

Erdogan dice poi di non aver violato la libertà di parola degli ex militari in quanto gli stessi avrebbero calunniato “le gloriose forze armate”, riportando viva la paura del colpo di stato. Gli ex militari si lamentavano poi anche dell’agenda politica del presidente, in quanto lo stesso si starebbe allontanando dai principi laici e nazionalisti del primo stato turco.

È poi naturale come una nazione che punta su una strategia politica basata sul controllo del mare non possa fare a meno di reclamare la propria sovranità sulle acque degli Stretti. Se poi un miglioramento delle infrastrutture potrebbe sicuramente garantire un passaggio alternativo per i navigli che – sebbene più stretto – sarebbe anche più sicuro, i vantaggi politici derivanti da un canale nelle mani esclusive del governo turco sarebbero indicibili.

Giacomo Morini

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2 Commenti

  1. Nel Mar Nero arrivano nove fiumi (e che fiumi!) e si affacciano sei nazioni non propriamente armoniche tra di loro… La Turchia (Nato), da sola non può fare nulla, salvo sceneggiate.

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