ErdoganAnkara, 2 nov – Una vittoria netta, oltre ogni aspettativa, quella di Erdogan in Turchia. Il suo Akp (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) ha centrato quasi il 50% dei voti e la certezza di poter governare da solo, grazie alla maggioranza assoluta dei seggi ottenuta in Parlamento. Rispetto alle elezioni del giugno scorso, il partito di Erdogan è cresciuto del 9% e punta così a rimanere al potere almeno fino al 2023, anno delle celebrazioni per il centenario della Repubblica fondata da Kemal Ataturk. Adesso il premier turco tenterà di acquisire ulteriori poteri esecutivi, che peraltro già esercita violando senza timori la Costituzione. Se osserviamo attentamente la mappa dei risultati elettorali scopriamo però una Nazione spaccata in tre, con i socialdemocratici del Chp che vincono in Tracia e sulla costa egea, i curdi dell’Hdp che prevalgono nel sud-est e l’Akp che sbanca l’Anatolia centrale e le regioni del Mar Nero.

La vittoria di Erdogan non è comunque una buona notizia. Non lo è perché il presidente turco è tra i maggiori promotori della politica neo-ottomana che punta a destabilizzare la Siria di Assad e che tiene in scacco l’Europa gestendo il problema profughi rifugiatisi in Turchia come un’arma di ricatto, come se fossero centinaia di migliaia di pacchi postali da inviarci per costringerci ad avallare il suo discutibile modus operandi. Come spiegato da Valeria Talbot, responsabile del programma Mediterraneo e Medio Oriente dell’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), quella di Erdogan è una linea dura contro le opposizioni interne, non solo contro i curdi, volta ad attuare una “strategia della tensione che ha giovato oggettivamente alla causa dell’Akp”.

La strage di Ankara, la stampa non allineata messa a tacere e i continui scontri delle forze dell’ordine turche con i manifestanti curdi, anche ieri particolarmente pesanti a Diyarbakir, principale città curda del sud-est della Turchia, si inquadrano perfettamente in questa strategia volta a generare un caos violento con un solo uomo forte capace di ripristinare l’ordine, per quanto relativo, agli occhi della gran parte della popolazione: Erdogan. Prova ne sono le folle di sostenitori scese in piazza per festeggiare la vittoria del Sultano, con alcuni dei manifestanti, che si identificano con i Fratelli musulmani, che non hanno esitato a rilasciare dichiarazioni iperboliche: “Erdogan governerà per sempre”.

Sul fronte estero poi il premier turco da una parte dichiara di combattere “i terroristi del Pkk e dell’Isis”, dall’altra non ha fatto nulla negli ultimi anni per impedire l’ingresso di migliaia di jihadisti, che passano liberamente il confine turco come se fossero turisti in vacanza premio, in Siria e in Iraq. Gli stessi jihadisti che poi rientrano con una certa facilità in territorio turco, praticamente trasformatosi in ponte del terrore tra Europa e Medio Oriente. Ed è sempre dalla Turchia che giungono armi e mezzi destinati ai terroristi che combattono contro Assad, come abbiamo illustrato su questo giornale in un precedente articolo. Con questa vittoria Erdogan rischia di avere ancor più mano libera nel perseguire una politica di destabilizzazione in Siria, di polarizzazione interna alla società turca e di aperta minaccia nei confronti dell’Europa.

Eugenio Palazzini

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