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Questa è la terza e ultima parte dell’ampio approfondimento sulle elezioni in Ucraina. Dopo aver descritto il contesto politico e le chance del presidente in carica Porošenko, l’autore si sofferma sugli altri contendenti e sulle possibili prospettive del post-voto.

Kiev, 28 mar – Come scrive il politologo A. Miseljuk, le elezioni possono essere vinte solo da un candidato che sappia fare eco alla risonanza delle aspettative attuali della società. Queste aspettative sono radicalmente cambiate rispetto a quelle del 2014, quando, per vincere alle elezioni, a Porošenko è stato sufficiente trasporre passivamente nel proprio programma i proclami vaghi e generalizzati del Maidan. In questi anni, l’opinione pubblica ucraina ha potuto giudicare la liceità storica e politica del Maidan e l’ha condannata, insieme ai politici giunti al potere sull’onda di questo drammatico evento.

Grillo e Casaleggio in Ucraina

Il comico Vladimir Zelenskij

La nuova risonanza è: soluzione urgente dei problemi creati dalla giunta maidanita ed elezione di un «uomo nuovo», estraneo al vecchio e nuovo establishment. Le risponde in maniera adeguata (almeno a giudicare dal programma politico) Zelenskij (classe 1978) che, tra l’altro, è già stato presidente ucraino. Al cinema. Ha recitato il ruolo di Beloborod’ko, presidente ucraino nella commedia Sluga naroda («Servo del Popolo»). Molti dicono che questo ruolo non è stato casuale: una sorta di condizionamento pregresso delle masse elettorali. Le forze che hanno promosso questa figura non possono non aver tenuto conto dell’esperienza italiana, poiché il caso di Zelenskij è incredibilmente simile a quello di Grillo: un satirico che ha costruito la propria celebrità stigmatizzando il potere e che ha deciso, infine, di entrare attivamente nell’arena politica per promuovere un’agenda di rinnovamento radicale. Anche la strategia di propaganda elettorale seguita dalla squadra di Zelenskij è molto simile a quella seguita a suo tempo da Grillo: evitare accuratamente i canali tradizionali, privilegiare invece internet e gli spettacoli dove il comico si esibisce. Questa scelta non solo accentua l’estraneità di Zelenskij al vecchio potere, ma trasmette al pubblico una piacevole sensazione di modernità, di affinità all’ultimo grido del trend civile occidentale: la «democrazia mediatico-virtuale», sdoganata in Italia dai Casaleggio e proclamata da Zelenskij come uno dei punti irrinunciabili del suo programma presidenziale. A proposito dei Casaleggio, vediamo qui un ulteriore punto in comune tra Grillo e Zelenskij: insistente è la convinzione che Zelenskij sia la «maschera pubblica» di Kolomojskij, il potente oligarca estromesso da Porošenko e rifugiatosi in Israele. Tramite Zelenskij, Kolomojskij cerca di rientrare in gioco e regolare i conti (tanti) con Porošenko e gli altri sopravvissuti del Maidan: in primo luogo, riconquistare Privat Bank, la maggiore banca ucraina e creatura di Kolomojskij, strappata all’oligarca e nazionalizzata da Porošenko con l’ingerenza del console statunitense Geoffrey Pyatt.

Il programma del comico

Ma questo più tardi. Analizziamo per ora il programma elettorale dell’attore. Zelenskij lo chiama «Ukraina mrii» (letteralmente: «Ucraina del sogno»). In effetti, Vladimir Aleksandrovič intende realizzare profonde riforme, soprattutto in politica interna. Si prevede uno stanziamento ingente di fondi per la sfera sociale, sanitaria, infrastrutturale: aumento degli stipendi per i medici e gli insegnanti, assistenza ai neolaureati nel trovare subito un lavoro secondo la propria specializzazione, sostegno alle medie imprese tramite una «dichiarazione dei redditi a tasso zero» (il fisco preleverà solo un 5% forfettario dal reddito dichiarato) e un sistema creditizio semplificato ed accessibile a tutti, un fondo pensionistico a trasmissione ereditaria, nonché la creazione di un fondo di assistenza sociale tramite il cosiddetto «passaporto economico ucraino». In base a quest’ultima riforma, ogni cittadino ucraino riceve alla nascita un conto personale dove viene accreditata una percentuale dei profitti realizzati dallo Stato in campo energetico: la somma raggiunta verrà «sbloccata» al compimento del diciottesimo anno di età e verrà utilizzata come una sorta di capitale iniziale per progetti universitari ed imprenditoriali. Vediamo qui, con le dovute differenze, un richiamo all’esperienza libica sino al 2011. Il programma interno di Zelenskij è, quindi, molto più composito e sensibile alla necessità attuali della società ucraina di quanto non lo sia quello di Porošenko. Indipendentemente dalla sua realizzabilità in caso di vittoria, è un programma «convincente e vincente» in termini di acquisto di consenso elettorale.

Nonostante questo, in politica estera si rimane fedeli a posizioni atlantiste: entrata nella Nato ed ostilità verso l’«aggressore orientale», che si vuole costringere a restituire il Donbass, pagando i «danni di guerra». Bisogna, tuttavia, riconoscere che Zelenskij cerca di attenuare la posizione estrema di Porošenko: l’entrata nella Nato verrà sancita solo dopo referendum popolare – promessa in realtà poco realizzabile, dopo la sciagurata riforma costituzionale del 7 febbraio, ma necessaria nuovamente in termini di consenso elettorale – e il conflitto con la Russia verrà composto non con la forza, ma rigorosamente solo tramite canali diplomatici. Insomma, il programma estero di Zelenskij non presenta nessuna reale soluzione, si rimane in fase di stallo, sottomessi alla volontà dell’egemone atlantista. Tuttavia, l’assicurazione che il conflitto nel Donbass verrà appianato per vie pacifiche è importante per l’opinione pubblica ucraina, che è stanca della guerra ma che, allo stesso tempo, non vuole rinunciare ad altri tronconi di territorio sovrano. Questa posizione non sembra essere gradita al Congresso Usa, che esige uno scontro diretto con la Russia per fini economici («piazzare» scadenti articoli letali, poco smerciabili in altri mercati) e geopolitici (tenere occupata la Russia in un pericolosissimo conflitto di frontiera e riprendere le operazioni in Siria, a cui gli appetiti statunitensi non hanno assolutamente rinunciato).

Un concorrente temibile

Che probabilità ha Zelenskij di diventare presidente? Molto alte, se si supera il primo turno. Zelenskij proviene da Krivoj Rog (Regione di Dnepropetrovsk, Ucraina orientale) e ha saputo far confluire nel suo bacino elettorale i sostenitori dell’ex Partito delle Regioni, vale a dire il partito guidato da Janukovič. Questo partito dominava in Ucraina orientale e, con la sua implosione, ha lasciato un vuoto che gli altri pretendenti non hanno saputo colmare, se non in maniera minima. Allo stesso tempo, Zelenskij è più o meno gradito anche agli ucraini occidentali, che non accettano invece gli altri pretendenti dell’est (Muraev, Vilkul, Bojko).

L’alto gradimento di Zelenskij dipende, poi, non solo dalla sua immagine di «uomo nuovo» che si rivolge alle classi più giovani e produttive del Paese, ma anche da un’accorta mossa della sua squadra, diretta da I. Bakanov, capo formale del partito «Sluga Naroda»: annunciare la candidatura di Zelenskij il più tardi possibile (il 31 dicembre 2018), in maniera da ridurre al massimo l’erosione mediatica della credibilità politica dell’attore da parte dei rivali. Perché ci sono lati oscuri del candidato che possono essere erosi. Intendo i suoi rapporti con l’oligarca Kolomojskij, una figura estremamente controversa che, il 5 marzo, ha dato il suo appoggio morale (non formale) alla candidatura di Zelenskij. In un’intervista data alla Bbc, l’oligarca ha detto: «Per me Zelenskij è un simbolo. Un simbolo di ricambio generazionale. L’Ucraina ha bisogno non di un solo Zelenskij, ma di milioni di Zelenskij». Il ricambio generazionale… retorica trita, se teniamo conto che Macron, pur essendo nato nel 1977, ha una politica tanto vecchia di spirito quanto lo sono di corpo i padroni del «giovane» presidente francese. Ad onor del vero, devo riconoscere che non esistono prove dirette che confermino su base documentaria connivenze tra Zelenskij e Kolomojskij. Gli unici rapporti documentabili tra i due sono professionali: Kolomojskij è proprietario del canale televisivo «1+1», dove Zelenskij si esibisce con il suo gruppo comico «Kvartal 95». È poco per accusare il pretendente di essere la marionetta di Kolomojskij. Oppure è molto… «Kvartal 95» rientra nei progetti di Kolomojskij: gli investimenti pubblicitari nella campagna di Zelenskij vengono recuperati con un profitto doppio, dal momento che tali investimenti sono diretti sia alla campagna elettorale che alla pubblicità mediatica del gruppo.

Un destino da oligarca

Ma non è questo il punto. Per quanto possa sembrare paradossale, molte delle persone che ho interpellato ritengono Kolomojskij una figura che, ora, potrebbe essere molto utile all’Ucraina. A differenza di Porošenko e della Timošenko, politici puri che vedono la propria sopravvivenza politica (e fisica) nell’obbedienza incondizionata a Washington, Kolomojskij è un oligarca: vale a dire, è economicamente autonomo e i suoi interessi sono indissolubilmente legati all’Ucraina nella sfera mediatica, bancaria ed energetica. In altri termini, a Kolomojskij conviene che la società ucraina cresca di benessere. È per questo motivo che Kolomojskij, per la sua inclinazione ad una politica spregiudicata e libera, è inviso agli atlantisti: Washington ha bisogno di un politico che non sia libero, per tale ragione è stato scelto, cinque anni fa, Porošenko. Oligarca, ma solo di nome, poiché la ricchezza imprenditoriale del marchio dolciario «Roshen» è nulla, se confrontata a quella di Kolomojskij e degli altri petro-carbo-media oligarchi.

Un parere dubbio solo in apparenza. Ho vissuto nella Russia degli anni Novanta, a cui l’Ucraina attuale è molto simile, e vi posso assicurare che nessun oligarca ha mai preferito trasferire i suoi attivi in fondi sociali a lungo termine piuttosto che in banche svizzere o londinesi. Gli oligarchi dello spazio ex-sovietico non sono Gheddafi. Ma gli oligarchi degli anni Novanta avevano al potere figure compiacenti, non nemici mortali. Ed è questo il problema di fondo: se al potere si trova Porošenko o la Timošenko, Kolomojskij non può tornare in Ucraina. Formalmente, prima dell’annuncio di entrata in campo di Zelenskij, Kolomojskij appoggiava la Timošenko. Non avrebbe potuto essere altrimenti, perché Porošenko gli ha, di fatto, scippato una banca e lo ha costretto a fuggire dal Paese. Ma Kolomojskij non è stupido, sa benissimo che l’Ucraina resterà territorio proibito anche nel caso in cui vinca la Timošenko. Quest’ultima, anche a detta dei suoi collaboratori più fedeli, è spietata con i rivali, reali o possibili. E un uomo influente e potente come Kolomojskij non può non essere visto come un rivale, poiché non può esserle alleato a causa della già menzionata riduzione sistemica del potenziale energetico del paese: le risorse non possono più essere divise come prima. Esse devono appartenere ad un solo detentore di potere per il mantenimento del proprio apparato clientelare.

L’oligarca Igor Kolomojskij

Dinanzi a Kolomojskij si è posto un dilemma: per tornare in Ucraina, è necessario «inventarsi» un pretendente alla presidenza. In grado di essere una minaccia reale per i due sorcini di Washington. E, allo stesso tempo, non appartenere ad altri oligarchi, che appartengono alla nomenklatura, che appartiene agli Usa, che vogliono gli attivi e la testa di Kolomojskij. Non si può servire due oligarchi. E gli Usa vogliono la testa di Kolomojskij, non degli altri oligarchi, già domati tramite lo schema «Rotterdam+», controllato da Porošenko. Serve un uomo nuovo. Zelenskij. Adorato dal pubblico, perché fustigatore dell’odiata casta. Un uomo che non solo è fuori del sistema, ma che per anni ha dato alla gente l’unico mezzo legale per vendicarsene: riderne.

Se effettivamente è così, bisogna rendere merito al genio e alla preparazione di Kolomojskij. Ha saputo osservare con attenzione la tendenza globale ed ha fissato il fenomeno italiano di Grillo (è un oligarca mediatico, non lo si dimentichi). E ha scelto la persona giusta. Perché l’unica via per la sopravvivenza è l’appoggio popolare. Né gli Usa né, tanto più, Mosca, di cui non è possibile fidarsi dopo che ha barattato uomini fedeli (Motorola, Givi e tutti gli altri) per congelare il conflitto nel Donbass e concentrarsi in Siria. Se accettiamo effettivamente questa ipotesi, possiamo anche ammettere che Zelenskij, qualora eletto, condurrà effettivamente le riforme sociali promesse, poiché il consenso nazionale sarà vitalmente importante per lo stesso Kolomojskij. Inoltre, sia Kolomojskij che R. Achmedov (il «re» del carbone) sono nettamente contro un conflitto armato con la Russia: hanno vietato alle frazioni parlamentari sotto il loro controllo di votare per il prolungamento dello Stato di Guerra di altri 60 giorni. Un potere oligarchico in Ucraina è una delle maggiori garanzie di pace nel Donbass.

Come poteva mancare «Lady Ju»?

Rimane l’ultima incognita. Julija Timošenko. Quella che, nella conversazione telefonica con Nestor Nufrič, voleva sganciare (seriamente, a giudicare dal tono) una bomba nucleare sulla Russia. Dicono anche che voleva cingere di filo spinato tutto il Donbass (anche questo pare sia stato detto seriamente). Che dire. Purtroppo, questa donna ha saputo creare una rete clientelare importante e, quindi, è necessario vederla come un politico influente e come un candidato alla presidenza ucraina di tutto rispetto. Ritengo non ci sia, comunque, bisogno di un esame analitico competente per lasciar intuire le conseguenze della vittoria alle presidenziali di questa signora.

Julija Timošenko

Fortunatamente, l’opinione pubblica ucraina ha avuto molto tempo per appurare la maturità politica e l’affidabilità di questo personaggio. Venti anni, precisamente: la Timošenko è stata prima attiva nel governo di Kučma, poi è stata due volte primo ministro durante la presidenza di Juščenko. I suoi raggiungimenti: mai a favore dell’Ucraina, solo a favore di se stessa. I suoi metodi: critiche feroci ai rivali, promesse mai mantenute e l’immagine di «volto nuovo» (quest’ultimo metodo ha quasi funzionato nei primi anni, ora di meno per motivi comprensibili…). Non si va molto avanti. Soprattutto in questa campagna elettorale, quando l’asso del «volto nuovo» le è stato strappato da Zelenskij, che ha, almeno, la decenza di essere davvero un volto nuovo. Col passare degli anni, la Timošenko ha sempre meno libertà d’azione, connessa ad una perdita esponenziale di credito elettorale. Una condizione tanto disperata quanto quella di Porošenko.  Per questo motivo, la squadra della Timošenko ha creato, la scorsa estate, un programma di sviluppo per il paese: il «Novyj Kurs», vale a dire «Corso Nuovo». Un programma creato da specialisti seri, che tocca tutte le sfere nevralgiche della società ucraina: dal Donbass alla sanità, all’istruzione, alla politica fiscale. «Corso Nuovo». E ogni paragrafo del programma comincia con «nuovo» o «nuova». Non è un caso. La Timošenko è ossessionata dalla volontà di sembrare nuova.

Il programma della Timošenko

Ecco il programma più in dettaglio.

1) Donbass: riconquista dei territori sotto controllo dei miliziani tramite «vie bellico-diplomatiche». Vale a dire, continuazione della guerra. Questa misura viene resa più accetta ai militari con un pacchetto di riforme volto a migliorarne le condizioni sociali e sanitarie. Il pacchetto viene chiamato «motivazionale». Naturalmente, ingresso nella Nato. Un obbligo per tutti i candidati maggiori.

2) Costituzione: pacchetti di riforme riguardanti la diminuzione dei parlamentari (da 450 a 350) e abrogazione dell’immunità delle più alte cariche statali. Istituzione di referendum vincolanti. Votazione locale dei Giudici di Pace.

3) Economia e politica sociale: utilizzo di risorse energetiche alternative. Diminuzione dei costi dei consumi energetici della popolazione. Incremento della produzione carbonifera e agraria. Aumento dello stipendio minimo sino ai livelli polacchi. Assicurazione sanitaria a spese del datore di lavoro. Modernizzazione delle strutture ospedaliere. Introduzione di terminali-LPG di produzione statunitense.

4) Politica fiscale: eliminazione dell’Iva, abolizione di 37 tasse «foriere di corruzione».

5) Istruzione: aumento degli stipendi per gli insegnanti a livelli europei.

Un programma, nel complesso, guardabile. Se proposto da un volto nuovo, non da una vecchia volpe. Il problema è che il «Nuovo Corso» potrebbe rivelarsi la solita lista di false promesse condite da tanta retorica atlantista, colorata e giovanilista, non un reale programma di sviluppo per il Paese. La gente è stata già ingannata così nel 2004 e persino nel 2014. E teme di essere nuovamente ingannata. E sarebbe veramente troppo, dopo decine di migliaia di morti nella guerra civile e un’economia devastata.

In effetti, solo poche settimane dopo il primo forum del «Nuovo Corso», nel giugno dell’anno scorso, la Timošenko è puntualmente ritornata ai vecchi metodi della vecchia politica: criticare i rivali e assordare l’uditorio con una demagogia populista. Perché questa donna non ha e non può avere proposte reali, appartenendo anima, spirito e carne al vecchio establishment, che ha fondato l’economia nazionale non sulla creazione di classi medie forti (l’unica vera via di potere possibile nell’Eurasia post-sovietica), ma sulla vecchia formula di auto-arricchimento tramite lo sfruttamento delle basi energetiche nazionali ed estere (russe). Un auto-arricchimento sterile per il Paese. L’opinione pubblica ucraina è maturata, la parola d’ordine è «costruttività».

E una signora che ha legato il proprio destino a Washington, al cartello energetico (il controllo del gas e del petrolio in Ucraina è sua sfera)… una signora che è stata assolta da accuse gravissime (omicidio e corruzione) da un tribunale obbediente all’ormai odiato Maidan, non può essere costruttiva. Di conseguenza, la Timošenko ha perso il comando nei sondaggi. Comando che era ancora indiscusso nel dicembre del 2018. Perché? Perché Zelenskij è riuscito a far passare dalla sua parte la «riserva d’oro» del bacino elettorale di «Julija»: la gioventù progressista, a cui era ed è rivolto il «Corso Nuovo».

Lo spettro di un nuovo Maidan

Quante possibilità ha la Timošenko di divenire presidente? Ne ha ancora abbastanza. Ci sono ancora persone che credono in «Lady Ju». Soprattutto tra gli estremisti obbedienti ad Avakov, gli abitanti dei centri rurali e gli intellettuali sorosiani. Non si dimentichi, inoltre, che le elezioni sono sotto il controllo dello stesso Avakov. Ma difficilmente la presidenza di Lady Ju sarà un bene per l’Ucraina.

Bisogna piuttosto chiederci i problemi che questa figura politica può dare in caso di esito elettorale negativo. Poiché dalla sua parte sono il ministro degli Interni e la Guardia Nazionale (con i suoi estremisti). Sono dalla sua parte non in virtù dell’autorità politica di Julija Vladimirovna, ma per solo interesse: entrambe le forze vogliono avere parte ai profitti provenienti dalla sfera energetica. In caso della vittoria di altri pretendenti, non sono esclusi quindi disordini che confluiranno in un ennesimo Maidan e in un nuovo colpo di Stato sotto l’egida dell’Impero Atlantista e con la complicità del ministro degli Interni. Con la Timošenko nuovamente dipinta come vittima del sistema. E imposta come presidente. Auguriamo di tutto cuore all’Ucraina che uno scenario simile non abbia luogo. In ogni caso, è importante attendere i risultati del primo turno e, soprattutto, gli equilibri – delicatissimi, perché si attiveranno anche i «candidati minori» – che si formeranno prima del secondo turno, decisivo.

E quindi?

Le elezioni presidenziali non prospettano tempi buoni per l’Ucraina. Non ci sono reali soluzioni per il Donbass. Tra i tre favoriti, solo Zelenskij sembra proporre una soluzione che sia almeno pacifica. I rapporti con la Russia non verranno comunque normalizzati ai livelli esistenti durante la presidenza di Janukovič. Si rimane sottomessi all’Impero Atlantista. I programmi di risanamento sociale ed economico sembrano essere solo dei programmi pre-elettorali, sebbene Zelenskij possa avvalersi, almeno, del suo stato di grande incognita.

La pacificazione dell’arena politica sembra possibile solo con Zelenskij, poiché ha canali per ristabilire contatti almeno con gli esponenti maggiori dell’ex Partito delle Regioni e degli oligarchi che li finanziano (in primo luogo, Achmetov). In caso di vittoria, sarà impossibile tuttavia per Zelenskij trovare accordi con Porošenko e, soprattutto, la Timošenko. Ad onore di Zelenskij, devo dire che nei suoi programmi televisivi e nei suoi spettacoli, gli avversari politici non vengono attaccati con la virulenza e l’odio tipici di Porošenko e della Timošenko. Non si esce dai limiti della decenza e dell’ironia. Questo lascia sperare in una politica pacificatoria che, tuttavia, verrà difficilmente corrisposta dal presidente in carica o dalla «Principessa del Gas». L’unica via di uscita è consigliata da Nadežda Savčenko, la «folle in Dio» della politica ucraina (un po’ come Žirinovskij in Russia). Proprio in quanto tale, le è permesso di dire la verità e restare in vita. Per cui vale la pena prestarle ascolto. Secondo la Savčenko, vincerà Kolomojskij. Cioè Zelenskij. Ma, per evitare una guerra civile, sarà dato il posto di primo ministro alla Timošenko. Un quadro pessimo, ma che rimane, comunque, il minore dei mali possibili.

La condizione attuale dell’Ucraina – uno stato, per ora, senza vie d’uscita – testimonia del destino che attende ogni Paese che rinneghi il proprio cammino plurisecolare per seguire le chimere offerte dall’Impero Atlantista. Un destino che ha risparmiato, ad esempio, la Bielorussia, dove Lukašenko – per inciso, un politico molto amato ora dalla gente comune ucraina – ha saputo resistere alle pressioni atlantiste e restare fedele, nonostante una politica estremamente autonoma, alla via eurasiatica. Speriamo che, dopo queste elezioni, gli ucraini sappiano costruire un nuovo futuro sugli errori di questi ultimi cinque anni. In ogni caso, la nuova presidenza non potrà risolvere funzionalmente, nell’immediato termine quinquennale, le questioni fondamentali che abbiamo esposto, se escludiamo la comparsa di eventi e fattori esclusivi che accelerino il processo. Potranno, però, essere create le premesse e le condizioni necessarie per un definitivo appianamento di tali questioni tra 6-10 anni. Sempre che gli ucraini facciano la scelta giusta.

Marco Civitanova

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