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Il vertice di Roma è solo una passerella, ma il “vero” G20 è quasi peggio

by Eugenio Palazzini
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G20, Roma

Roma, 29 ott – Cosa uscirà da questo G20 a Roma? Nulla di sostanziale. Non serve attendere il responso della Pizia per giungere a sin troppo facili conclusioni, lapidarie allorché fugace è il passaggio nell’Urbe dei potenti della terra.

Il vertice di Roma? Una noiosa passerella 

Un paio di giorni utili ai fotografi e al gossip patinato di qualche tabloid anglosassone, di quelli sempre attenti a scorgere biondi capelli sul gilè. Così, in trepida attesa di qualche parola di circostanza che pur salterà fuori – a proposito di buone intenzioni sulle cooperazioni internazionali si intende – non resta che sperare di dar torto a Freak Antoni quando ci ricordava che a volte il fumo è molto meglio dell’arrosto.

Nel frattempo godetevi i titoloni della grande stampa commossa dalle strette di mano e dagli abbracci tra capi di Stato e di governo. Biden incontra Draghi e quasi lo bacia, va dal Papa e non lo abbraccia giusto perché ci sono le guardie svizzere in agguato. E via discorrendo con il sorrisometro d’occasione. Il tutto accuratamente intervallato da articoli sul pericolo black bloc, scomparsi da tempo immemore dalle piazze ma che ora si dovranno pur infiltrare tra i no green pass. Che poi suvvia, saranno la stessa cosa, mica stiamo a guardare davvero il capello sul gilè.

Il G20 è un’altra cosa

Sin qui la blindatissima passerella di queste ore, dove in ogni caso qualche accenno ai macrotemi dell’agenda globale ci sarà o c’è già stato. Si va dall’istituzione di una task force internazionale per contrastare le pandemie (notare il plurale, tanto per evocare di nuovo “l’era delle pandemie”), alla decarbonizzazione del pianeta ancora chimerica, passando per il pasticcio afgano. Punto quest’ultimo che in teoria dovrebbe essere tra i primi del novero tematico, peccato per l’assenza di Xi Jinping e Vladimir Putin. In fondo proporre iniziative sull’Afghanistan senza Russia e Cina è come pensare di osservare la Via Lattea con una lente di ingrandimento. Sin troppa carne al fuoco per qualche ora di tavola rotonda.

Non fosse che questo G20 a Roma è solo l’epilogo di un summit multilaterale – sotto la Presidenza italiana – che dura da quasi un anno. Da inizio 2021 si sono infatti tenuti 19 “working groups” e 13 appuntamenti ministeriali sulle maggiori sfide globali all’insegna delle “3P”: People, Planet e Prosperity. Ovvero i tre pilastri “interconnessi di azione”, che i Paesi industrializzati identificano a grandi linee come target prioritari. Più che concreti risultati, il summit che culmina adesso con il vertice di Roma ha prodotto però una serie di raccomandazioni, che come tali lasciano il tempo che trovano.

La Cina si muove altrove

Fatta eccezione per l’abbozzato accordo sulla tassazione minima globale per le multinazionali e per l’estensione della cosiddetta Debt Service Suspension Iniziative, una ricetta abbastanza criptica sulla sospensione dei pagamenti sui debiti. Non manca poi il solito fantomatico sostegno ai “Paesi in via di sviluppo”, che dovrebbe tramutarsi con la creazione del Global Liquidity Insurance Mechanism. Un anno a osservare la scacchiera, ma ad ovest degli Urali si è mosso giusto qualche improvvisato alfiere. Mentre la Cina, beffarda dama globale, continua a giocare a Go.

Eugenio Palazzini

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