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Roma, 29 gen – C’è un limite a quanto si possono ricoprire di ridicolo le femministe del XXI° secolo? Sembra di no. L’ultimo loro delirio fa quasi provare nostalgia per il tempo in cui bruciavano i reggiseni, negli anni ’60 del secolo scorso: a quanto pare infatti, anche parlare di calcio o altri sport prettamente maschili sul luogo lavorativo sarebbe “molestia”. Una molestia di tipo sociale, se non proprio sessuale, una forma di oppressione maschilista e patriarcale perché escluderebbe dalla conversazione le donne, notoriamente poco interessate agli sport – in particolar modo al calcio.

Vietato fare gruppo (se le donne sono escluse)

Una microaggressione, la chiamano, perché stando alle femministe renderebbe più forte il senso di appartenenza al genere maschile, esaltandone, per l’appunto, la mascolinità tossica. Parlare di calcio, in sostanza, porterebbe allo stupro. In realtà sappiamo benissimo qual è il giochetto: a queste talebane occidentali dà enormemente fastidio che gli uomini rispondano all’inspiegabile richiamo al fare gruppo, a diventare branco in cui esprimere la propria natura ed escludere per 15 benedetti minuti l’ingerenza femminile da qualsiasi discorso. Uno spazio sacro dove essere maschi senza subire la contaminazione costante della onnipresente nube di estrogeni. Ma alle donne in generale, e soprattutto alle femministe, questa tendenza virile non è mai piaciuta.

Manfrina televisiva

Di questa manfrina si è resa portavoce la britannica Ann Francke, ultrà femminista e presidente del Chartered Management Institute, un prestigioso istituto professionale per la gestione d’impresa. La Francke, ospite della trasmissione Today in onda sulla Bbc, ha così espresso il suo pensiero: «Le battute sportive» ha spiegato «possono escludere le donne e portare a comportamenti rozzi come le chiacchierate sulle ultime conquiste sessuali». Il problema, ha insistito, è che «molte donne non seguono gli sport e a loro non piace parlarne, ma nemmeno esserne escluse». E’ proprio qui la chiave di lettura di cui parlavamo sopra: alle donne piace avere voce in capitolo anche senza sapere di cosa si parla, e alle donne non piace essere escluse da alcun tipo di consesso. Molto diversamente dagli uomini, che di certo non ambiscono a metter becco nelle discussioni delle donne su vestiti e diete – anzi se ne tengono alla larga. Le discussioni sullo sport sono pertanto il «segnale di una cultura maschilista» e andrebbero eliminate.

Una montagna di cazzate

Durante la trasmissione sono fioccate le critiche, anche feroci, e le prese in giro, a cominciare da quelle della giornalista sportiva di Sky Jacqui Oatley: «Se proibisci le chiacchiere sul calcio o le battute su qualsiasi cosa, tutto ciò che farai è dividere le persone che vogliono comunicare tra loro», ha dichiarato. L’ex ministro (donna) dello Sport Tracey Crouch è stata meno gentile della Oatley e ha definito il delirio della Francke «una montagna di cazzate». Fortunatamente non tutti gli inglesi (e soprattutto le inglesi) si sono – per ora – bevuti il cervello: esiste ancora qualcuno riuscito a scampare all’opera di lobotomizzazione di massa del politicamente corretto.

Cristina Gauri

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