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Roma, 24 feb – A ottobre 2020 gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato il loro ritiro dalla sanguinosa guerra civile dello Yemen, un conflitto che dal 2015 dilania lo stato mediorientale con conseguenze umanitarie gravissime. Se però Abu Dhabi a parole non fornisce più supporto militare al governo di Hadi, giornalisti ed esperti militari segnalano invece un coinvolgimento importante degli emiratini a supporto di diverse milizie in Yemen.



Una di queste forze militari, il Consiglio di Transizione del Sud, tiene prigioniero il giornalista yemenita Adel al-Hasani. La motivazione sarebbe a parole un’opera di spionaggio che Hasani avrebbe svolto per conto di potenze straniere. Di fatto, invece, il giornalista avrebbe provato il pesante coinvolgimento di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita nella regione a supporto non solo del governo yemenita, ma anche di al-Qaida.

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Yemen, il caso al-Hasani: tra torture e confessioni estorte

Adel al-Hasani collaborava con alcune delle agenzie di media più importanti del mondo, come la Cnn. Al momento della cattura – avvenuta il 17 settembre 2020 – si stava infatti muovendo tra Aden, dove alloggiava, e al-Makha, dove erano stati imprigionati due giornalisti europei. Si voleva infatti assicurare del corretto rilascio dei due colleghi, detenuti illegalmente dal governo. Venne fermato dai militari appartenenti al Consiglio di Transizione del Sud e rinchiuso in una cella senza acqua, luce né servizi igienici.

Qui venne legato e picchiato ripetutamente, il fine era quello di indurlo a firmare un’ammissione di colpevolezza. Intendevano infatti fargli confessare un’operazione di spionaggio svolta per conto di potenze straniere. La firma è stata poi ottenuta, a seguito di ulteriori torture e pesanti minacce, come quella di uccidere sua moglie e i suoi due figli. L’11 ottobre è stato quindi trasferito nella prigione di al-Mansura, dove da allora viene trattenuto in condizioni di semi-isolamento, lontano dalla sua famiglia e dal suo lavoro. Un destino comune a molti giornalisti nello Yemen.

Innegabile quindi come la libertà di al-Hasani sia scomoda a molta gente non solo in Medio Oriente. Primo tra tutti Sahid al-Mahiri, ufficiale dei servizi segreti in Yemen accusato di aver ordinato molteplici esecuzioni di personaggi scomodi nella nazione sud-arabica. Avrebbe avuto peraltro, poco prima dell’arresto, un incontro col giornalista nel quale si sarebbe evidenziato quanto Abu Dhabi abbia dei segreti da mantenere. Al-Mahiri avrebbe infatti intimato ad al-Hasani di smettere di rilevare dettagli sul coinvolgimento emiratino in Yemen, pena gravi conseguenze. A dimostrazione del fatto anche l’accusa del legale di al-Hasani. L’avvocato avrebbe infatti mosso un’istanza di scarcerazione dovuta alla debolezza delle prove mostrate a favore dell’accusa di spionaggio. Il procuratore avrebbe risposto che il Consiglio di Transizione del Sud ha ordinato su diretta richiesta di Abu Dhabi di non rilasciare al-Hasani.

Il ruolo di Abu Dhabi nello Yemen

Nella sua carriera al-Hasani aveva indagato sul coinvolgimento dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti nello Yemen. Il giornalista aveva infatti lanciato pesanti accuse alle monarchie del Golfo, rivelando coinvolgimenti politici e militari da sempre smentiti da Riad e Abu Dhabi. La Cnn aveva pubblicato un rapporto scritto sotto anonimato da Hasani che denunciava illeciti da parte di diversi autori regionali in Yemen.
Gli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, a parole si sono ritirati dalla regione nell’ottobre del 2020. Gli esperti sostengono però che il loro coinvolgimento nella regione è tutt’altro che cessato, con uno sfruttamento continuo delle milizie al fine di preservare un relativo controllo su diverse aree strategiche dello Yemen, come l’isola di Socotra e lo stretto di Bab al-Mandib, al limite meridionale del Mar Rosso.

Gli illeciti non si limitano al finanziamento di semplici milizie, o al dispiegamento di forze mercenarie. Il lavoro di al-Hasani mette in mostra una ben più inquietante relazione, quella che collega gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita a sigle terroristiche quali al-Qaida e lo Stato Islamico. Le monarchie del golfo supporterebbero infatti diverse sigle terroristiche per i loro interessi nello Yemen (e non solo). È risaputo inoltre come i due stati arabi costituiscono una parte abbondante dell’export di armi da parte degli Stati Uniti d’America. Il rapporto di al-Hasani mette in luce come questi armamenti vengano poi trasferiti a forze paramilitari in tutto il Medio Oriente. Questo contro anche gli accordi stipulati con Washington stessa, la quale deve evitare quell’imbarazzo che si creerebbe nel sapere che fine fanno le sue armi.

Giacomo Morini

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