Roma, 28 ago – Sayyid Hassan al-‘Imad, leader del partito degli yemeniti sciiti duodecimani “Movimento Futuro di Giustizia”, ci spiega che in Yemen, per svolgere qualsiasi attività di tipo politico, sociale o religioso, è necessario appoggiarsi a un partito. Il loro partito promuove attività politiche, culturali e di solidarietà finalizzate a sostenere tutto il popolo yemenita, indipendentemente dall’appartenenza religiosa del singolo, con in più il vantaggio che gli sciiti duodecimani sono sparsi per tutto lo Yemen (a differenza degli sciiti zayditi, conosciuti in Yemen come Houthi, i quali sono invece concentrati nelle zone nord-occidentali dello Yemen). Sayyid ci illustra come in Yemen, i sistemi mediatico, culturale, politico, culturale, religioso e addirittura scolastico e universitario sono stati influenzati pesantemente per quarant’anni dalla propaganda wahabita e ci fa notare come molti dei terroristi e membri importanti dell’Isis o di al-Qaeda siano, purtroppo, yemeniti, addirittura alcuni di loro sayyid (cioè discendenti del Profeta), che dallo zaydismo si sono convertiti al wahabismo, influenzati da questa pesante propaganda (ricordiamo che gran parte dei centri islamici e moschee in Europa sono finanziati dall’Arabia Saudita, questo dovrebbe essere un campanello d’allarme per noi, N.d.R.).

Sayyid ci spiega inoltre che per aiutare concretamente lo Yemen è necessario conoscere la situazione geopolitica e le reali necessità della popolazione, molte organizzazioni umanitarie purtroppo agiscono senza avere una cognizione reale della situazione, ed è per questo che noi abbiamo deciso di intervistarlo. Sayyid ci illustra come il problema principale in Yemen sia la pressione psicologica che pesa sulla popolazione, in particolare donne e bambini, l’insicurezza verso il proprio futuro, e per questo è necessario appoggiare il popolo yemenita non solo con aiuti umanitari ma con un sostegno concreto che permetta loro di riprendere una vita normale.

Sayyid, dalle poche informazioni che trapelano attraverso i media apprendiamo che la situazione nello Yemen è critica. Attualmente quali emergenze sono in corso?

Possiamo prendere in considerazione due emergenze principali: la prima emergenza, come riportano anche le relazioni delle Nazioni Unite e delle altre organizzazioni umanitarie, è sanitaria e medica. Il 60% degli ospedali yemeniti sono stati distrutti, i medicinali sono difficili da trovare. La diffusione del colera è a uno stato ancora più grave di prima e fino ad ora le organizzazioni internazionali e umanitarie non hanno mosso nessun passo importante per risolvere questo problema. I nostri volontari hanno cercato di purificare l’acqua e il sistema idrico, tuttavia il caldo e la guerra non sono certo d’aiuto.

La seconda emergenza riguarda la difficoltà del popolo yemenita a procurarsi cibo. In base alle nostre stime venti milioni di persone in Yemen rischiano la fame, molti di loro non sanno se potranno consumare almeno un pasto giornaliero. I bambini sono deboli, e ogni giorno rischiano di morire di fame o di mancanza di cure mediche. Ciò che sta succedendo in Yemen, anche senza prendere in considerazione chi abbia ragione o torto, è una crisi umanitaria di grande portata, ci sono esseri umani che muoiono o di fame o di colera o per mancanza di medicinali e cure mediche.

La popolazione civile ha subito numerosi attacchi dall’inizio delle ostilità, crede che questa sia una azione deliberata delle forze saudite e dei loro alleati?

Si sbaglia una volta, massimo due, tre, ma com’è possibile accettare che siano tutti errori considerando che il 90% degli attacchi della coalizione a guida saudita sono rivolti verso civili, scuole, ospedali, bazar, addirittura prigioni? Noi non accusiamo senza prove, è chiaro che i loro attacchi mirano alla popolazione civile, violando qualsiasi diritto internazionale e umano. Si parla di 2600 bambini uccisi, l’ultima strage settimana scorsa, quando è stato preso di mira uno scuolabus. Quindi è chiaro quello che sta succedendo: i bambini yemeniti hanno problemi psicologici, la loro vita non sarà più come prima. Se l’Arabia Saudita ha problemi con Ansurallah, perché colpisce i civili: donne e bambini, individui innocenti? Come possiamo accettare che l’Arabia Saudita non sappia cosa sta facendo, vista la tecnologia militare avanzata che ormai oggigiorno permette di mirare con precisione? Possiamo forse negare che le loro azioni sono deliberate?

Colpiscono le condutture, le riserve di acqua e il sistema idrico, colpiscono luoghi in cui si stanno festeggiando matrimoni (non una o due volte), centri legati alle organizzazioni umanitarie, è chiaro che stanno agendo in modo deliberato per fare pressione sulla popolazione. Appoggiando ciò che avviene in Yemen o non intervenendo per fermarlo equivale a uccidere l’umanità.

Chi appoggia la coalizione saudita e perché?

Sappiamo che gli alleati della coalizione saudita sono i paesi ricchi esportatori di armi, quindi è chiaro che, per loro, sostenere questa guerra riveste un’importanza economica strategica.Teniamo inoltre presente che l’Arabia Saudita nutre un rancore pseudo-religioso nei confronti dello Yemen: l’eresia wahabita considera alla stregua di miscredenti i seguaci di tutte le altre scuole di pensiero islamiche (e ovviamente di qualsiasi altra religione), e fra questi gli sciiti. L’Arabia Saudita, come ha accennato Bin Salman in un’intervista rilasciata nel maggio del 2017, teme lo spirito rivoluzionario-messianico dello sciismo, poiché la tradizione sciita sostiene che il Salvatore incomincerà la rivoluzione, che porterà alla giustizia in tutto il mondo, proprio partendo dalla Mecca (e in questa rivoluzione lo Yemen avrà un ruolo considerevole – N.d.R).

La guerra in Yemen può considerarsi un segmento del conflitto politico tra Arabia Saudita e Iran?

No, secondo me no, come ho accennato è una questione di rancore pseudo-religioso verso lo Yemen, i “sapienti” wahabiti hanno emesso sentenze religiose riguardo all’obbligo di combattere contro i “miscredenti” dello Yemen.

Perché secondo lei la comunità internazionale non è ancora intervenuta in Yemen per fermare il conflitto?

Semplicemente perché perderebbe l’appoggio economico dell’Arabia Saudita, come è già successo in passato; ricordate quando l’ONU fu costretto a togliere l’Arabia Saudita dalla lista nera delle organizzazioni che violano i diritti dei bambini, e il Segretario Ban Ki-moon commentò: “è stata una delle decisioni più difficili e dolorose”2? Questo comportamento per noi non è nuovo e non ci sorprende, ormai conosciamo come agisce la così detta “comunità internazionale”: probabilmente interverrà quando l’Arabia Saudita starà per perdere la guerra (come d’altronde è più volte successo in Siria: il cessate il fuoco veniva sempre richiesto dalla comunità internazionale quando l’esercito siriano stava per ottenere qualche grande vittoria, N.d.R.)

Qual è la situazione sanitaria e sociale dopo tutti questi mesi di embargo unilaterale?

La situazione sanitaria per quanto concerne acqua e cibo è negativa, sono malsani, e questo pericolo minaccia il popolo yemenita non meno delle bombe saudite. Da un punto di vista sociale, posso affermare con certezza che nessun’altra nazione riuscirebbe a sopportare quello che sta subendo il popolo yemenita: la povertà è diventata qualcosa di normale nelle case yemenite, la gente non ha speranza per il proprio futuro. È difficile da spiegare. Se non l’avessi visto con i miei occhi e non avessi fatto personalmente esperienza di quello che sta succedendo, non avrei mai pensato che una situazione di questo tipo fosse possibile. Un domani tutti dovremo rispondere di quello che sta succedendo in Yemen, dovremo rispondere ai bambini yemeniti; l’oppressione che sta subendo il popolo yemenita non ha eguali, è questione di umanità e di principi morali inalienabili.

Hanieh Tarkian – Alberto Palladino

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Alberto Palladino
Nato a Roma, classe 1987. Studia Scienze storiche e cooperazione internazionale all’università Roma 3 e da qualche anno ha iniziato a percorrere la strada professionale del reporter. Fino ad oggi, nonostante le difficoltà che incontra chi lavora in questo settore da indipendente, è riuscito a coprire alcuni degli scenari di crisi più importanti di questi ultimi anni provando a raccontare, fra gli altri, la secessione in Ucraina e la guerra antiterroristica in Siria. Collabora con importanti testate nazionali e straniere. Ha realizzato reportage dal Kosovo, embedded con la missione italiana, dall’Azerbaijan e dai luoghi di eventi importanti e tragici come gli attacchi di Parigi. Ha collaborato alla realizzazione di progetti umanitari con la onlus Solidarité Identités e la onlus Popoli in molti dei Paesi da cui poi ha scritto per questa testata: Kosovo, Birmania, Siria. Ha viaggiata nella Siria devastata dal terrorismo scattando foto e aiutando i bisognosi, sublimando al massimo la sua vocazione. Per il Primato Nazionale anima la redazione esteri e propone i suoi scatti fotografici per far aprire gli occhi ai lettori, perché è persuaso che nel mondo di oggi non è più sufficiente guardare, bisogna vedere.

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