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arabia saudita yemenRiad, 27 feb – L’abusato parallelo con la tragica esperienza statunitense in Indocina inizia ad apparire realistico in riferimento all’invasione dello Yemen a opera dei Sauditi, iniziata un anno fa con arroganti pretese di Blitzkrieg, e sempre più lontana dal raggiungimento degli obiettivi prefissi.



Come accaduto agli Americani intervenuti a supporto del Vietnam del Sud, infatti, non solo le forze armate del Regno dei Saud non sono riuscite nell’intento di schiacciare la ribellione degli Houthi e delle forze fedeli al deposto presidente Ali Abdullah Saleh, ma stanno subendo ripetuti attacchi all’interno dei loro confini, hanno perso almeno un centinaio di uomini, vittime soprattutto degli attacchi missilistici dei ribelli, e hanno rafforzato l’immagine dell’Iran, principale rivale di Riad per il predominio nel Medio Oriente. Inoltre, il regime di Re Salman già nell’autunno scorso ha iniziato a mostrare qualche crepa, con prese di posizione molto critiche nei confronti dell’avventura Yemenita da parte di membri della famiglia reale, e si trova costretto dagli eventi, come avvenuto nei giorni scorsi a Taiz, a scendere a patti con Al Qaeda, fattore che mina la credibilità del colosso Saudita sull’intero scacchiere arabo.

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Il tutto a fronte di una superiorità militare che – anche attraverso la proficua alleanza con la Gran Bretagna, di cui si è scritto qualche settimana fa – avrebbe dovuto garantire un facile successo contro rivali dipinti come barbari retrogradi, successo che avrebbe rafforzato le mire saudite sulla regione, e segnatamente sulla guerra di Siria, e che invece si stanno dimostrando un osso durissimo. Da quanto si è potuto vedere sul campo, persino la conquista di San’a da parte delle forze della coalizione guidata da Riad, rischierebbe di trasformarsi in un boomerang micidiale, in quanto trasformerebbe i ribelli, comunque inferiori negli scontri campali, come ha dimostrato l’illusoria riconquista di Aden, in imprendibili guerriglieri.

La paranoia anti-iraniana dei Sauditi, che vedono agenti di Tehran praticamente ovunque, ha forse sopravvalutato il supporto dell’Iran agli Houthi (per quanto questi facciano parte della grande famiglia sciita, sono comunque visti come “eretici” dagli Ayatollah), ma è comunque molto probabile che qualche consigliere di Hezbollah affianchi i ribelli, e in questo caso l’esperienza maturata dal Partito di Dio negli scontri con i soldati israeliani potrebbe risultare deleteria per l’esercito di Riad. L’effetto peggiore peraltro è un enorme perdita di consenso a livello di immagine, proprio nei mesi in cui l’arcinemico iraniano esce dal quarantennale isolamento seguito alla Rivoluzione di Khomeini e si presenta come interlocutore serio per molti partner occidentali.

Così, al danno rappresentato dalle pesanti perdite inflitte alla coalizione da parte dei ribelli, capaci di tenere testa agli attacchi nemici e, più recentemente, di colpire addirittura la città saudita di Najran (fra l’altro popolata in prevalenza da Sciiti, da decenni discriminati dai Saud, e capoluogo di una regione storicamente rivendicata dallo Yemen), costringendo i Sauditi a schierare migliaia di uomini a ridosso del confine, si aggiunge la beffa di vedersi additati come uno stato assassino da parte dei media di tutto il mondo. Non passa giorno che qualche Ong non sottolinei il numero di morti in Yemen a causa dei raid aerei sauditi, ed è sempre più frequente l’accusa di fare apertamente fronte comune con le bande di Al Qaeda, per cercare di avere la meglio sugli Houthi. Giovedì, nonostante un accorato appello dell’ambasciatore saudita a Bruxelles, il Parlamento Europeo ha votato a larghissima maggioranza una risoluzione che, pur senza essere vincolante, invita esplicitamente gli Stati membri a non esportare armi in Arabia Saudita. E senza le generose forniture militari britanniche, le cose, per Riad, potrebbero pure peggiorare.

Il tutto senza considerare gli attacchi che la coalizione a guida saudita subisce alle spalle, da parte dello Stato Islamico che, per quanto minoritario rispetto ad Al Qaeda, trova terreno fertile per una rapida crescita nelle aree sunnite del Paese. Ed è inevitabile che questa situazione, nel momento in cui da Riad si sono alzate minacce di intervento militare diretto in terra siriana, abbia contribuito alla malcelata ironia degli Iraniani, e alla beffarda risposta, da parte dello Stato Maggiore di Damasco, che si è dichiarato pronto a rispedire a casa in poco tempo tutti i soldati sauditi. Dentro altrettante casse di legno.

Mattia Pase

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