I videogiochi guardano al futuro. Non perché vogliano offrire esperienze di gioco sempre più intriganti agli utenti, ma perché il settore dell’intrattenimento si sta evolvendo e anche in Italia il giro d’affari sta raggiungendo numeri considerevoli. In tutto il globo l’industria dei videogame produce quasi 200 miliardi di dollari di ricavi; un dato che sorprende solo in parte dal momento che circa la metà della popolazione mondiale prende abitualmente in mano un gamepad o un dispositivo portatile per giocare. Stando al Gaming Report 2022 di Unity Technology, i gamer sono aumentati del 50% negli ultimi anni. In Italia, nel 2021, il fatturato è stato di 2 miliardi e 243 milioni di euro, frutto del lavoro di più di 1.600 professionisti del settore, che ha scoperto nuova linfa nello Stivale e punta molto sui giovani. Un netto passo in avanti rispetto a qualche anno fa, considerando che nel 2018 il mercato italiano dei videogame generava un indotto di un miliardo e mezzo di euro. Una crescita che non accenna ad arrestarsi.

Programmatori, game designer, tester. Sono diverse le figure occupate ogni volta nella realizzazione di un videogioco. Ha quasi del romantico pensare che si stia parlando di ragazzi che sono riusciti a trasformare le loro passioni in un vero e proprio mestiere. Di questo passo, nel giro di qualche anno l’Italia potrebbe risultare tra i Paesi più fulgidi in tema di progettazione videoludica, anche grazie all’intervento dell’Aulab Hackademy di Bari, che già nel 2014 aveva intuito le potenzialità del mondo del videogioco nel Belpaese. Gli sviluppatori iniziano così ben presto a lavorare in team e a creare contenuti validi da presentare ai grandi marchi del settore. 

Produrre un videogioco è molto più complesso di quanto si potrebbe pensare. Bisogna infatti saper collimare con esperti di motori grafici, tecnici del suono e quant’altro. Le varie parti di un videogame vengono realizzate evidentemente da persone diverse, ma il risultato finale deve sempre dare l’impressione che dietro a tutto ci fosse un’unica testa pensante. Negli ultimi anni, quindi, molti ragazzi italiani che conoscevano i videogiochi solo per diletto hanno iniziato a frequentare corsi ad hoc per entrare a far parte a tutti gli effetti dell’industria del gaming, togliendosi parecchie soddisfazioni nonostante una scarsa preparazione di base.

Insomma, se l’Italia è un popolo di gamer, non significa semplicemente che sono in tanti a giocare ai videogame. Peraltro, i dati al riguardo forniti da IIDEA (Italian Interactive Digital Entertainment Association) oscillano di continuo: fino a qualche tempo fa si sfioravano i 17 milioni di videogiocatori nello Stivale, oggi il numero è calato fino a 15,5 milioni, per una fascia d’età compresa tra i 6 i 64 anni. A lungo andare, alcuni giocatori si interessano anche al linguaggio di programmazione del proprio titolo preferito e chi vuole coltivare le proprie conoscenze informatiche comincia ad accarezzare l’idea di instradarsi verso il lavoro collettivo.Che la concezione del videogame e del gioco virtuale in generale fosse cambiata si era capito ormai da tempo. Oggi basta fare qualche click sull’app di uno smartphone per poter vivere un’esperienza videoludica in pieno stile. I vecchi giochi da tavolo vengono trasposti sul digitale e anche le diverse categorie di slot machine hanno contemplato la dematerializzazione dei supporti fisici. Gli italiani hanno dimostrato di saper apprezzare tutte le forme di intrattenimento, dagli sparatutto ai semplici giochi di carte. Una dose di entusiasmo che nel prossimo futuro potrebbe essere riversata con profitto nell’industria videoludica.

La tua mail per essere sempre aggiornato

Commenta