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Roma, 11 mar – Nel luglio del 2020, l’European Journal on Criminal Policy and Research ha pubblicato una dettagliata relazione sui rapporti tra trafficanti e immigrati, un documento denso di informazioni di cui riportiamo i tratti più salienti e rilevanti riguardanti il caso Italia. La relazione ribalta completamente la narrazione delle organizzazioni immigrazioniste e di molti politici italiani che vorrebbero far passare gli immigrati irregolari come vittime dello “human trafficking”, attività criminale che si differenzia dallo “smuggling” per la posizione dell’immigrato: nel secondo caso l’immigrato usufruisce del servizio dei trafficanti, mentre nel primo l’immigrato è vittima innocente dell’attività criminale. La relazione dell’European Journal si basa su documenti precedentemente pubblicati da fonti governative, accademiche e da Frontex (Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera), valorizzate e attualizzate da una serie di 43 interviste qualitative fatte a immigrati arrivati clandestinamente in Europa.

Il business dei trafficanti segue le stesse regole dei mercati legali

Nella stragrande maggioranza dei casi, si parla di smuggling, ovvero del semplice servizio dei trafficanti rivolto agli immigrati, dietro al pagamento di una determinata somma. Il documento dell’European Journal dimostra altresì che le relazioni tra trafficanti e immigrati sono in genere buone, con casi di truffe percentualmente marginali. È proprio nell’interesse del trafficante fornire all’immigrato un buon servizio perché, come in ogni altro business, il fatturato si basa sulla soddisfazione del cliente e sul conseguente passaparola, che spesso avviene sui social network come abbiamo già documentato in diverse inchieste.

Questo smentisce la narrazione immigrazionista che descrive la Libia come un inferno costellato di lager, torture e uccisioni. Il business dei trafficanti è fiorente e redditizio, ma ormai è consolidato e saturato da una molteplicità di attori in competizione fra loro, come fosse un vero mercato diviso tra domanda e offerta. L’aspirante immigrato ha una larga offerta di possibili opzioni. Infatti, il documento dell’European Journal on Criminal Policy and Research si concentra proprio sui meccanismi impiegati dagli aspiranti immigrati per operare la scelta migliore e su come i trafficanti stiano promuovendo i propri servizi. Come in tutti i mercati, informazione e reputazione sono concetti chiave, ancora di più in questo contesto che opera al di fuori della legalità e che è caratterizzato dalla mancanza di fiducia reciproca.

Le testimonianze degli immigrati

Nel 2018, in un documento pubblicato sul Sage Journal, Tekalign Ayalew Mengiste, ricercatore presso il College of Social Sciences dell’Università di Addis Abeba in Etiopia, scriveva che gli immigrati eritrei avevano descritto il modus operandi dei trafficanti in termini positivi e che è talmente diffusa, negli abitanti dei Paesi del Corno d’Africa, la consapevolezza della filiera dell’immigrazione clandestina da aver creato una vera rete di passaparola. In uno studio etnografico del 2018 sui rifugiati siriani e sui trafficanti operanti in Turchia, Libano, Giordania, Italia e lungo la cosiddetta rotta balcanica (Grecia, Macedonia e Serbia), Luigi Achilli, ricercatore associato presso il Migration Policy Center dell’Istituto universitario europeo, evidenziava: “I racconti sulla spietatezza dei trafficanti sono stati spesso respinti da quelle stesse persone che hanno rischiato la vita attraversando il Mediterraneo. La maggioranza dei migranti con cui ho parlato non ha percepito i propri trafficanti come sfruttatori”.

Achilli spiega altresì che “Lontano dalla narrazione ufficiale e dominante in Occidente di criminali spregiudicati guidati solo dal profitto, i trafficanti cercavano e spesso trovavano legittimazione morale utilizzando luoghi comuni in merito alla moralità e ad obblighi religiosi, quando si confrontavano con la rischiosa realtà della loro impresa illecita”. Sempre nel 2018, Luigi Achilli, Gabriella Sanchez, Rezart Hoxhaj, Sabrina Nardin, Andrew Geddes, e Sona Kalantaryan hanno pubblicato una ricerca, finanziata dalla Commissione Europea e focalizzata sugli immigrati arrivati in Italia, riguardante i canali di informazione e comunicazione che gli immigrati sfruttano e che possono aiutare a determinare i loro movimenti secondari in Europa. La ricerca ha evidenziato che “Le interazioni con i trafficanti non sono percepite come intrinsecamente negative, poiché la maggior parte degli immigrati ha fatto affidamento sui loro servizi durante il loro viaggio (verso l’Italia, ndr)” e che “Le informazioni specifiche riguardanti la protezione, i diritti umani o l’asilo, vengono forniti dagli equipaggi delle navi e dal personale umanitario”, quindi anche a bordo delle navi delle Ong. A differenza di quanto divulgato dalla narrazione immigrazionista, “alla partenza il 67 per cento degli intervistati (immigrati, ndr) voleva raggiungere l’Italia” mentre “il 70 per cento degli immigrati intervistati non desidera lasciare l’Italia”.

Sull’utilizzo delle piattaforme social, i ricercatori hanno spiegato che gli immigrati pubblicano post anche per fornire informazioni agli aspiranti immigrati, come fosse un passaparola virtuale e incentrato sulla propria comunità di appartenenza. Questa catena informativa, diffusa da chi è riuscito a raggiungere l’Italia, è ritenuta la più credibile dagli aspiranti immigrati e viene utilizzata per progettare il loro viaggio verso l’Italia. Quindi, anche il traghettamento delle Ong dalle coste libiche ai porti italiani (diversi video registrati a bordo delle navi delle Ong sono stati condivisi sia dagli account degli immigrati sia da quelli dei trafficanti), è uno dei pull factor che spingono gli immigrati a partire dai Paesi di origine.

Alcuni degli immigrati, intervistati dai ricercatori che hanno redatto il documento dell’European Journal on Criminal Policy and Research, hanno dichiarato di non essersi sentiti minacciati dai trafficanti, anzi hanno percepito una sorta di protezione: “Sì, c’era (protezione, ndr). Ad esempio, se qualcuno avesse cercato di rubarmi qualcosa, il trafficante lo avrebbe bloccato”.

I rischi percepiti dagli immigrati

I rischi, percepiti come concreti dagli immigrati che si apprestano a partire dai Paesi di origine, non riguardano la sicurezza e l’incolumità personale, ma la possibilità di essere truffati dai trafficanti, sia a causa di una “qualità inferiore del servizio” sia a causa della totale mancanza del servizio stesso. Come riporta il documento in esame, uno degli intervistati “ha visto un’intera famiglia pagare 11.000 dollari a un trafficante che poi è immediatamente scomparso dopo aver affermato che avrebbe preso un taxi per loro”, testimonianza simile a quella di un altro immigrato. In Libia, molti immigrati vengono truffati dai cambia valuta illegali, perché i trafficanti non accettano dinari libici, ma solo dollari e euro. L’affidabilità è proprio la variabile che spinge gli immigrati a scegliere il trafficante: “I migranti devono sviluppare strategie per individuare i trafficanti più affidabili da quelli meno affidabili. Dall’altra parte, i trafficanti affidabili, i ‘buoni trafficanti‘ come li ha chiamati Luigi Achilli nel 2018, devono sviluppare strategie per distinguersi dai concorrenti meno affidabili”.

La raccolta di informazioni degli aspiranti immigrati

“Ho impiegato tre mesi per fare ricerche perché se qualcuno mi avesse fregato, sarei finito nei guai. Sarei morto nel deserto. Non avrei avuto nient’altro, se mi avessero derubato”, così un immigrato ha risposto alle domande dei ricercatori dell’European Journal. Nel documento, si evidenzia che la maggior parte degli intervistati aveva incontrato il primo trafficante tramite familiari, amici o conoscenti. Ovviamente, non tutte le decisioni possono essere pianificate prima della partenza. Infatti, diversi intervistati hanno evidenziato l’alto livello di imprenditorialità dei trafficanti nella ricerca di clienti: “Ci sono autobus e non sai chi è un trafficante ma ti dicono, ‘signore, ti portiamo al confine con la Libia se ci dai 400 dollari’”. Un altro intervistato è stato avvicinato da una persona e gli ha detto: “Ho questo passaporto che ti somiglia e posso portarti via di nascosto, ma devi tagliarti barba e capelli”. Gli intervistati hanno menzionato particolari snodi lungo la rotta migratoria dove si possono rintracciare i trafficanti. Spesso questi si concentrano in determinati bar e mercati, ma pure nei campi profughi, gestiti dalle agenzie delle Nazioni Unite, come riporta un intervistato: “Il trafficante viveva con le persone nel campo profughi e tutti lo conoscevano. Tutti sapevano che era un trafficante, che era curdo e come si chiamava”. Il più noto campo profughi, snodo della tratta che dall’Africa subsahariana porta ai Paesi nordafricani, è quello di Agadez, in Niger. Nel 2015, la legge “contro il traffico illegale di migranti”, emanata dal governo di Niamey, ha messo fuorilegge il trasporto di immigrati clandestini e ha portato al sequestro di centinaia tra camion e pick up. Medu Farano, coordinatrice di Unhcr Niger, ha affermato: “La popolazione locale viveva del trasporto delle persone attraverso la frontiera, quindi ha preso molto male questo cambiamento”. Nell’intervista di Internazionale, Alessandra Morelli, capo di Unhcr Niger, evidenzia che ogni lunedì partivano anche duecento pick up dalla stazione degli autobus di Agadez, diretti a Dirkou, a Madama e quindi in Libia. Ciò conferma che l’agenzia delle Nazioni Unite fosse a conoscenza della rete dei passeur in Niger.

Per quanto riguarda i social network, un intervistato ha segnalato ai ricercatori la presenza di “gruppi ben noti su Facebook” dove gli iscritti “scrivono che sono arrivati ​​e puoi parlare con loro e porre loro domande su come siano arrivati e con quale contrabbandiere, e ti danno il loro numero di telefono”. Un altro intervistato ha affermato: “Ho trovato il trafficante su Facebook e poi sono andato nel suo ufficio. Era turco. Ho chiesto alle persone se fosse bravo e loro hanno detto di sì, quindi sono andato con lui”. Da tempo, documentiamo anche la rete dei trafficanti turchi che offrono i loro servizi su diverse pagine Facebook, con tanto di prezzi dei viaggi in barca verso l’Italia, di numeri di telefono e degli annunci circa la possibilità di ottenere documenti falsi.

Gli aspiranti immigrati, come confermato dalle loro stesse testimonianze, utilizzano i social network come una sorta di integrazione alle informazioni ricevute da parenti e amici. Ad esempio, il confronto dei prezzi tra diversi trafficanti è stato citato come un modo in cui gli immigrati hanno sfruttato il potenziale della rete. “Su Facebook, senti le esperienze degli altri e qual è il prezzo normale in quel momento”, ha affermato un immigrato intervistato.

I fattori che influenzano le scelte degli immigrati

La reputazione dei trafficanti è fondamentale anche nel business di esseri umani. L’affidabilità e la competenza sono aspetti basilari e sono in grado di far pendere la bilancia a favore di un trafficante: “Ho parlato con alcune persone e ho iniziato a chiedere se conoscessero questo trafficante (…) Ho chiesto e incontrato persone (…) Ho anche incontrato un secondo trafficante ma mi sono fidato del primo (…) Li (altri immigrati, ndr) ha portati lì senza problemi. Quindi ho pensato che se queste persone sono riuscite ad arrivare, perché no? (…) Ho iniziato ad avere fiducia e ho sentito che era al sicuro”. Un altro immigrato ha evidenziato: “Abbiamo parlato con persone che conoscevamo, persone che sono partite e che sono arrivate (in Europa, ndr), e abbiamo chiesto ‘con quale trafficante sei partito? Com’è stato il suo comportamento?’ Alla fine, c’erano tre trafficanti che avevano avuto un comportamento onesto”. Il feedback online è citato dagli immigrati come strategia per controllare le credenziali di un determinato trafficante. Come affermato da uno degli immigrati intervistati: “La cosa più importante sono le recensioni. (…) Ho cercato il trafficante con il punteggio migliore, con i clienti più felici. Chiedevo (in rete, ndr) alle persone com’era e alcuni mi hanno dato una recensione positiva e hanno detto che l’esperienza è stata buona mentre altri hanno detto di stare attenti, non andare con lui. ‘È cattivo, mi ha deriso, mi ha derubato, etc’. Abbiamo scelto così chi fosse il miglior trafficante”. Le testimonianze degli immigrati confermano quanto da noi già documentato in diverse inchieste, come quella riguardante la rete dei trafficanti bengalesi in Libia, che sponsorizza i propri servizi su una pagina Facebook. Nei commenti ai post dei trafficanti, molti immigrati riportano notizie sui trafficanti inaffidabili.

Ai feedback negativi dei clienti sui social network, i trafficanti hanno persino risposto alle critiche e hanno cercato di rimediare alla situazione, come attestato da un’analisi condotta nel 2017 da Zoe Roberts dell’Istituto di criminologia dell’Università di Oxford, effettuata su un campione di dieci gruppi Facebook di lingua araba, dove erano pubblicizzati i servizi dei trafficanti. Quest’ultimi, gli “smuggler”, hanno direttamente ribattuto agli immigrati, i “client”, chiarendo che sul mercato erano presenti trafficanti buoni e trafficanti cattivi.

La Roberts ha riportato anche che una strategia utilizzata è quella di pubblicare sui social network screenshot di conversazioni, generalmente avvenute su WhatsApp e Telegram, che il trafficante ha avuto con i clienti mentre erano in viaggio verso la loro destinazione. I trafficanti possono così creare un’immagine di sé stessi affidabile, attenta e cortese.

Una strategia che i trafficanti adottano è quella di offrire una garanzia: se un viaggio non va a buon fine, gli immigrati potranno ripeterlo senza costi aggiuntivi. “L’ho pagato (il trafficante, ndr) e ho provato un paio di volte. Dopo una settimana, sono arrivato perché un paio di volte sono stato catturato dalla polizia” ha dichiarato un immigrato, mentre un altro ha affermato che ha tentato tre volte di arrivare in Europa e di aver pagato una sola volta. Un altro intervistato (essendo interviste in forma anonima, non è specificato il luogo di partenza del barcone) ha confermato: “La nave (della Guardia costiera, ndr) è arrivata e ci ha riportato indietro e ci ha fatto la stessa domanda (sui trafficanti, ndr). Il giorno dopo, il trafficante ci ha detto che ‘dato che non avete detto nulla di me (alla Guardia costiera, ndr) vi manderò di nuovo in mare allo stesso prezzo’”. Un’altra strategia, a cui i trafficanti ricorrono per aggiudicarsi i clienti, è quella di dividere il pagamento in due parti (third-party escrow services): un deposito prima della partenza e il saldo al momento dell’arrivo a destinazione, utilizzando un servizio di deposito a garanzia, in base al quale una terza parte viene coinvolta con l’obiettivo di ricevere la somma di denaro e poi eventualmente erogarla quando le condizioni stabilite dal venditore, e concordate dall’acquirente, sono soddisfatte. Spesso, a tal fine, vengono utilizzati servizi finanziari come Hawala o Western Union. Un numero considerevole di immigrati intervistati dall’European Journal ha menzionato l’utilizzo di questo servizio di deposito, come parte della transazione con un trafficante. Ciò dimostra che, contraddicendo la retorica immigrazionista che narra di spietati scafisti che lasciano gli immigrati al loro destino una volta caricati sui barconi, i trafficanti hanno un reale interesse economico, e non solo reputazionale, nel far arrivare sani e salvi i clienti nei porti italiani. Non si possono inoltre dimenticare i documentati appuntamenti degli scafisti con le navi delle Ong al di fuori delle acque territoriali libiche. Prima dell’accordo Italia-Libia del 2017, era spesso la Milizia di Zawiya a fungere da scafista, in accordo con i trafficanti.

A differenza di quanto racconta la narrazione immigrazionista, gli immigrati utilizzano delle strategie consolidate per evitare di essere truffati dai trafficanti. Una di queste è la cosiddetta teoria dell’“hostage-taking”, ovvero le informazioni compromettenti sull’attività del trafficante vengono tenute “in ostaggio” dagli immigrati per garantire che il servizio vada a buon fine. Un immigrato intervistato ha affermato: “Avevamo il numero del trafficante e lo abbiamo chiamato, dicendogli ciò che era successo con noi, che la barca era rotta, che non abbiamo detto nulla di lui alla polizia e che, per questo, volevamo un nuovo viaggio o saremmo tornati dalla polizia. Uno degli uomini gli ha detto: ‘Ho una tua foto. Ti ho fatto una foto. Credimi, pubblicherò la foto se non ci porti su un’altra barca. Abbiamo anche bambini e donne con noi, quindi comportati bene’ e lui (il trafficante, ndr) ha risposto ‘okay, okay, domani vi prenderò una nuova barca e vi farò fare un nuovo viaggio’”. Sempre lo stesso intervistato ha aggiunto uno scambio di messaggi avvenuto con il trafficante: “Guarda, non ho detto a loro (alla polizia, ndr) di te. Mi hanno chiesto ‘dove hai preso il passaporto, dacci il nome della persona da cui hai ricevuto il passaporto’. Se avessi voluto rovinarti la vita, avrei potuto dare loro il tuo nome. Ho anche la tua foto”. Come riporta il documento dell’European Journal, questa è una strategia utilizzata dagli immigrati non ha ricevuto molta attenzione nella letteratura sul traffico di esseri umani. Ciò èindicativo di un’immagine più sfumata rispetto alla prospettiva binaria ‘predatore-vittima’”.

Considerazioni finali

Il documento dell’European Journal on Criminal Policy and Research, grazie al compendio delle diverse ricerche contenute e delle testimonianze dirette degli immigrati, contraddice la retorica immigrazionista che descrive gli immigrati come inconsapevoli vittime dei trafficanti. Questi ultimi garantiscono agli immigrati, a fronte di un pagamento iniziale, spesso solo un acconto, l’imbarco su un gommone/barcone per tutte le volte necessarie allo scopo del servizio, ovvero lo sbarco nel Paese stabilito. Ciò smentisce quanto affermato dagli immigrazionisti, come il sostenitore delle Ong Erri De Luca, il quale aveva sostenuto che l’immigrato veniva messo sui gommoni come merce perché tanto aveva già pagato. Il compenso economico del trafficante dipende dal suo arrivo in Italia, e in caso di morte il pagamento non potrà essere riscosso, quando il pagamento è suddiviso in acconto e saldo.

Questo significa che ogni immigrato che sbarca in Italia è automaticamente un introito per le organizzazioni criminali. Tale denaro, nel caso migliore, renderà i trafficanti più ricchi, quindi in grado di incrementare le proprie attività, di corrompere le autorità locali, etc., aumentando inevitabilmente il flusso di clandestini. Nel caso peggiore, ma assai frequente, questo denaro potrà essere reinvestito in altre attività illegali (commercio di armi nei Paesi di provenienza degli immigrati e in quelli di transito, traffico di droga, terrorismo). L’attività delle navi delle Ong, che facilitano la traversata, anzi la rendono materialmente possibile, è quindi un’attività che incrementa direttamente gli introiti di queste organizzazioni criminali. Ciò dovrebbe portare a considerare il loro operato in maniera completamente diversa da quanto accade oggi. D’altro canto, affinché il pagamento possa essere sbloccato, è necessario avere l’informazione che conferma lo sbarco dell’immigrato in Italia. E a questo punto è lecito chiedersi quale sia il vero ruolo di organizzazioni come il centralino Alarm Phone, che hanno una contabilità certosina dei gommoni/barconi in partenza, affermano di essere in contatto con i familiari e si lamentano costantemente della reticenza delle Guardie costiere nazionali in merito agli interventi di soccorso e salvataggio (SAR). Sono forse uno dei canali attraverso cui l’informazione dell’arrivo del clandestino arriva ai “third-party escrow services”? È inevitabile porsi questa domanda.

E cosa fanno i Servizi segreti dei Paesi dell’Unione Europea nei Paesi di provenienza, di transito e di imbarco? Come è possibile che non siano stati individuati i gestori di questi servizi finanziari e che gli stessi possano operare liberamente? Come si è detto, i trafficanti pubblicizzano e promuovono i propri servizi soprattutto sui social network e, allo stesso tempo, gli immigrati pubblicano le storie di successo contribuendo alla reputazione dei trafficanti. Tutto ciò avviene alla luce del sole, nonostante il traffico di esseri umani sia una delle attività globalmente più contrastate, almeno a parole. Perché i social network, così solerti e zelanti nell’arginare le derive razziste e xenofobe, sono così tolleranti verso i trafficanti, assolutamente liberi di pubblicizzare i propri servizi su pagine che sembrano dei veri e propri tour operator?

Francesca Totolo

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