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Roma, 10 ago – La logica parruccona secondo la quale la classe dirigente di un paese deve esser perennemente indagata e vivisezionata ingrandendone i peccati mortali (o morali?) al microscopio ha portato all’assurda baracconata che si sta consumando in queste ore: cinque parlamentari hanno chiesto e ricevuto i famosi 600 euri dall’Inps in quanto facenti parte delle categorie che potevano usufruirne. Le partite Iva, ad esempio. Difatti è ovvio che un parlamentare possa anche far altro nella vita oltre all’attività politica, anche data la morbosità con cui si chiede che la politica non sia una fonte di guadagno ma una missione, come nel celebre The blues brothers, quando i due fratelli asserirono di essere in missione per conto di Dio. Peccato che lo stipendio che i parlamentari prendono sia alto proprio per garantire a chiunque la possibilità di impegnarsi in politica, poiché, se la si facesse gratis, in pochi potrebbero impegnarvisi senza ricevere a fine mese alcun euro.

La colpa dei parlamentari

Dunque la storiella della casta delle caste è una baggianata colossale tipica dei tempi moderni in cui, all’evoluzione, si preferisce la distruzione. I 600 euro loro potevano richiederli, il decreto che li ha istituiti lo prevedeva. Avrebbero potuto e dovuto evitare, poiché è indubbio che l’indennità da parlamentare garantiva certamente a loro una sopravvivenza più che dignitosa, anche senza la somma erogata dall’Inps. Potrebbero però loro opporre a tale accusa una realtà oggettiva, ossia che lo stipendio da parlamentare riguarda una fetta di vita diversa da quella privata e del lavoro, ad esempio, da partita Iva. L’una non preclude l’altra. Rimane il fatto, innegabile, che in un contesto d’emergenza sanitaria ed economica, risulta moralmente reprensibile la scelta di richiedere i 600 euro all’Inps. E questo è, come si suol dire, il nocciolo della questione.

Una Repubblica fondata sullo spionaggio

L’Italia non è una repubblica fondata sul moralismo e sullo spionaggio di parti dello Stato contro altre. Ma è accaduto esattamente questo. L’Inps ha fatto sapere che dei parlamentari, senza poterne fare i nomi (per ora), hanno richiesto la famigerata somma seguendo le procedure previste dall’allora decreto. Dunque si tratta di uno scoop da rivista patinata, di un fatto penalmente irrilevante e, tutt’al più, moralmente ambiguo. Si tratta di un sasso lanciato nel proverbiale stagno nella speranza di far più casino possibile. Naturalmente Di Maio si è lanciato sulla novità come un affamato si lancerebbe su di una tavola imbandita. È ripartito col solito frignacciume che va tanto di moda ora e che consiste nello screditare il più possibile la classe dirigente. Una vergogna, soprattutto se si tratta di un ministro azionista del governo che ha collaborato attivamente alla creazione di quel decreto che ha permesso a dei parlamentari di ottenere i 600 euro dall’Inps.

Una procedura fallace

È evidente che la procedura fosse fallace, se ha permesso a costoro di ottenere la somma richiesta da milioni di italiani impoveriti dal confinamento. Dunque, se forca dev’essere, a finirci debbono essere coloro che hanno partorito una norma tanto strampalata. Un informato Crosetto scrive su Twitter di sapere che all’Inps erano a conoscenza del fattaccio sin da maggio. Logica vuole che abbiano deciso di far detonare la bomba solo adesso per dare a Di Maio un osso da rosicchiare. D’altronde, il presidente dell’Inps è il signor Tridico, voluto e messo lì dal Movimento 5 stelle. Ecco a cosa sta servendo il falso scoop sulla falsa ruberia. L’Inps dovrebbe spiegare per quale motivo sia stato reso noto un fatto penalmente irrilevante, dandolo in pasto all’opinione pubblica. Soprattutto, chi ha voluto che ciò avvenisse. E Di Maio, per favore, spiegasse cosa vuol fare dell’Italia.

Lorenzo Zuppini

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