Roma, 20 gen – «La politica è sangue e merda», disse una volta Rino Formica. Aveva ragione da vendere. Lo sgombero del Circolo futurista Casal Bertone non può che confermare quest’amara verità. Oltre ogni retorica, oltre ogni idealizzazione. Quello che è andato in scena nel quartiere popolare romano è un puro atto di prepotenza, che fa cadere tutte le maschere e squarcia il velo di tutte le ipocrisie. È inutile accampare giustificazioni, andare alla ricerca della proverbiale foglia di fico: in tutto questo non c’è giustizia, non c’è scusa o pretesto che valga un’assoluzione. Perché la politica, appunto, è sangue e merda.

Lo sgombero del Circolo futurista

Chi ha voluto lo sgombero del Circolo futurista è il neosindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Che motivi ha costui per giustificare tale prepotenza? Nessuno. O almeno: nessuno che abbia il crisma della giustizia, o anche solo della logica. Hai voglia a dire che il circolo culturale di Casal Bertone era un’occupazione: anche perché è troppo facile rimarcare che Gualtieri, tra le occupazioni abusive, ci sguazza alla grande. Solo che quelle sono le occupazioni «giuste»: sono quelle dei suoi «compagnucci», da cui è andato a piatire voti nella recente campagna elettorale. E poco importa che lì, dai suoi amici, illegalità e criminalità la fanno da padrone, mentre al Circolo futurista si sono organizzate centinaia di eventi culturali e distribuzioni alimentari per il quartiere. Nulla di tutto ciò ha valore. Perché la politica, appunto, è sangue e merda.

Gualtieri il comunista

E allora, per capire quello che sta succedendo, dobbiamo cercare di andare oltre la logica e la razionalità. Gualtieri, anche se sembra un tordo quando strimpella Bella ciao, è un vecchio uomo d’apparato del Partito comunista: entra nel Pci da giovanissimo – era il 1985 – e scala posizioni fino a diventare ministro dell’Economia. Per tutto il dopoguerra, il Pci sapeva benissimo che, anche in caso di vittoria elettorale, non avrebbe mai potuto governare. Del resto, c’era la Guerra fredda: gli Stati Uniti mai avrebbero acconsentito a un governo comunista in Italia. E così i «compagni» – Gualtieri incluso – sono cresciuti a pane e cattiveria. Poi la caduta del muro di Berlino ha offerto uno sfogo a tutta questa acredine: una volta ottenuto il potere, la sinistra postcomunista venderebbe la madre al mercato pur di esercitarlo. Ben oltre la facile retorica delle «regole democratiche», di cui non gliene è mai fregato un tubo. Perché la politica, appunto, è sangue e merda.

La «destra» non esiste

Ma se per i comunisti la politica è una guerra, per la cosiddetta «destra» è solo una gara. Da una parte abbiamo una lotta per l’annientamento, dall’altra una mera competizione sportiva. E in guerra, si sa, silent leges: la giustizia non ha e non può trovare spazio. Se un governo di destra sgombera un centro sociale dove si spaccia e si stupra, troveremo comunque politici e media di sinistra a difendere con le unghie e con i denti il diritto di spacciare e stuprare. Se un governo di sinistra sgombera un centro sociale (come il Circolo futurista) dove si fanno cultura e solidarietà, politici e media di destra si mettono a fischiettare. Perché ehi, un’occupazione non va mica bene: se io pago le tasse, perché questi non devono pagare l’affitto? E poi, ovviamente, bisogna difendere gli «anceli in divisa». Anche (e soprattutto) quando obbediscono a ordini infami. Ecco, è esattamente con queste argomentazioni da ragioniere di provincia che si perdono le guerre.

All’interno del Circolo futurista campeggia una scritta: «Fuori di qui, nulla». Questa scritta non è solo il manifesto esistenziale di una comunità che è pronta a donare il sangue per un’idea, ma anche la fotografia perfetta di una politica (quella «fuori») che ha scelto di sguazzare nella merda. La differenza sta tutta qui.

Valerio Benedetti

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2 Commenti

  1. Un atto biasimevole contro un circolo culturale che si rifà a una delle più grandi espressioni culturali del ventesimo secolo. Molti futuristi hanno immolato la loro giovane vita nella Grande Guerra, in nome dei più grandi ideali della patria, senza mai chiedere nulla in cambio. C’era in questi giovani l’aspirazione ad un Italia più grande, più seria, più onesta…

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