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Roma, 1 nov – Nella giornata di giovedì scorso ha avuto luogo l’ultimo Consiglio europeo di ottobre – tenutosi in videoconferenza – in cui, almeno teoricamente, si sarebbe dovuto delineare un accordo tra il Parlamento ed il Consiglio europeo. Al contrario, come ha affermato a posteriori Jan Olbrycht, polacco del Ppe, la speranza è quella di raggiungere un compromesso entro la metà di novembre, sebbene le posizioni dei due organismi rimangano ancora tanto decise quanto distanti.

L’ennesimo diniego del Consiglio Europeo

Il Recovery Fund, che piaccia o meno ai media nostrani, è ancora un miraggio: l’ultima proposta emessa dal Parlamento europeo, infatti, non è piaciuta al Consiglio, che rimane fermo sul piano stabilito lo scorso luglio, sebbene presenti ingenti tagli ad alcune iniziative di carattere europeo. I negoziatori del Parlamento, a tal proposito, hanno avanzato un’ulteriore offerta che permetterebbe, escludendo dal bilancio pluriennale europeo 2021-2027 la spesa degli interessi sul debito comune, di avere un esubero in bilancio di quasi 13 miliardi di euro da dirottare, secondo il volere del Consiglio, ai programmi trascurati dal Recovery Fund di luglio. Oltre al diniego della nuova offerta bisogna considerare che, nell’utopica possibilità di raggiungere un accordo a breve, il Consiglio non ha comunque ancora dato il via alla procedura per approvare all’unanimità la parte sulle nuove “risorse proprie”, ossia il pacchetto di imposte – gravanti sui cittadini delle singole nazioni – utili a finanziare concretamente i fondi destinati al Recovery Fund.

La solita tiritera “contiana”

Le parole, senza fatti, non valgono alcunché, ed è ciò che emerge alla perfezione a seguito di mesi e mesi di accordi per l’approvazione di un fondo sulla ripartenza – pericolosissimo per la nostra nazione a causa del diritto di veto dell’Europa sulle riforme – che, ancora oggi, non è altro che una semplice supposizione. Ciononostante, il premier Conte è rimasto fermo sulle sue solite e ridicole posizioni: “Il Recovery Fund deve partire prima possibile”. La tiritera è sempre la medesima, inascoltata puntualmente dalle alte sfere dell’Unione Europea, a dimostrazione del menefreghismo che ha caratterizzato da sempre le risposte del Consiglio alle richieste italiane.

L’atteggiamento dell’Europa nei nostri confronti è sintomo di un’Unione i cui membri lavorano – ovviamente e comprensibilmente – per i loro interessi nazionali mentre Conte, perennemente prono ai diktat emessi dagli altri capi di Stato, non fa altro che agire in ottemperanza alla volontà di coloro che hanno scelto volontariamente di seguire un principio di anti-solidarietà anche nei momenti più difficili della pandemia. Appare chiaro, ormai, che le affermazioni sensazionalistiche di Conte sul Recovery Fund non siano altro che illazioni volte a calmare i cittadini, i quali prendono coscienza – Consiglio dopo Consiglio – circa la vera “natura” dell’Unione Europea, ossia un conglomerato di nazioni in cui ognuno lavora per sé, tranne l’Italia.

Giacomo Garuti

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