«Discutibile»: Daniele Capezzone definisce così il suo ultimo libro Per una nuova destra (editore Piemme). Un aggettivo da non intendersi in senso negativo, ma, piuttosto, come base di partenza per aprire un confronto che è ormai è ineludibile. Il vecchio centrodestra, peraltro indigesto a parecchi, non esiste più. È una foto sbiadita, quasi patetica, di un mondo travolto dalla sconfitta di Trump, dalla pandemia, da una Ue in versione sempre più distopica, dal governo di «salute pubblica» a guida Draghi, che ha disarticolato prima di tutto il centrodestra; dall’odioso green pass, da un elettorato sempre più scoraggiato e disaffezionato come testimoniano le ultime amministrative. Un elettorato in cerca di rappresentanza, che una delle menti più lucide tra gli osservatori nostrani vorrebbe riconquistare con più mercato, ma anche con più lotta di classe a difesa dei dimenticati dalla sinistra; con le primarie (ma non nella versione tarocca del Pd), e tanto altro ancora.



Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di novembre 2021

Tutto discutibile, appunto: ma serve tornare a parlare, a immaginare un futuro che vada oltre scenari ormai consunti. Capezzone prova a fare la sua parte e descrive la sua destra, che paragona a una grande tenda, sullo stile del partito conservatore inglese o repubblicano d’America, sotto cui troverebbero spazio tutti coloro che non si arrendono al pensiero unico.

Capezzone per una nuova destra

Come esce il centrodestra dalla tornata elettorale di ottobre?

«Inutile girarci intorno, ne esce malissimo. Uno schieramento accreditato di 8-10 punti di vantaggio in un’eventuale elezione politica nazionale, e che governa in 15 regioni su 20, non può venire asfaltato in questo modo nelle cinque principali città del Paese. Per carità: sappiamo quanto il voto nei centri urbani sia per definizione il terreno più ostico per le destre in tutto il mondo (tra tutte le capitali europee, il centrodestra governa solo a Madrid, tanto per capirci), però qui si è sbagliato tutto: candidati e campagna».

Draghi sembra annullare i partiti, quasi renderli orpelli: nel suo ultimo libro lei usa la metafora della safety car in Formula 1, che quando lascerà la pista non sarà nulla come prima: e il dopo?

«E c’è pure il rischio che la safety car non esca dalla pista: molti – o da Palazzo Chigi, o dal Quirinale in una logica da Eliseo alla francese – hanno la propensione a far sì che il semi-commissariamento continui. Il centrodestra farà bene a evitare di subire scherzi sulla legge elettorale – un eventuale aumento della quota proporzionale renderebbe certa la sua non-vittoria, e quindi la prospettiva di un’altra maggioranza ibrida – e a lavorare da subito per dare agli italiani la sensazione di essere pronto a governare».

È finita la stagione sovranista o è solo un momento di appannamento?

«Dipende anche dai protagonisti. Se restano fermi, bersagli passivi di un attacco concentrico, tutto si fa più difficile. Prendano l’iniziativa politica, allarghino il campo, diano un segno di vitalità. Non vogliono fare un partito repubblicano all’americana o un partito conservatore come in Regno Unito? E allora convochino congressi dei loro singoli partiti, si diano un’agenda, fissino tre punti chiari (possibilmente economici) e comprensibili per gli italiani, diano l’idea di avere una squadra pronta».

Quanto rischia Salvini a continuare a farsi logorare al governo: è una scelta obbligata anche se non lo premia in termini elettorali oppure, visti i risultati piuttosto modesti colti nel Consiglio dei ministri, dovrebbe staccare la spina?

«Più ancora del “dove si sta”, è importante il “come si sta dove si sta”. Mi spiego: puoi decidere di…

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1 commento

  1. Forza e coraggio suonerebbe meglio.
    Era il nome della nostra squadra di calcio giovanile
    Faceva faville.

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