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Roma, 2 mag – Prescindendo dalle opinioni sulla figura di Mario Draghi, sul suo passato e sul suo operato ora che ricopre un ruolo politico è doveroso osservarne alcune caratteristiche. L’ex presidente della Bce soffre visivamente il confronto su argomenti prettamente politici, non disponendo di fluida oratoria e peccando di inesperienza all’interno del dibattito parlamentare. Certo, ciò non influisce direttamente sulle effettive capacità di gestione del potere. Eppure crediamo comporti l’obbligo di alcune considerazioni anche figlie dei giorni nostri.

In primis, urge comprendere che la politica odierna è composta anche dall’imprescindibile necessità di apparire come delle persone vicine ai sentimenti e alle abitudini popolari. In molti hanno ottenuto consenso grazie alla propria esposizione pubblica, capace di produrre simpatia ed interesse tra i cittadini. Si potrebbe replicare annotando che Draghi non ha alcun bisogno di consenso elettorale.

Tuttavia, non dover creare un proprio partito al termine dell’incarico da premier non esula dalla necessità di essere apprezzato dagli italiani. Essi custodiscono dal principio della seconda repubblica la necessità di rispecchiarsi nella leadership governativa presente al momento. Tale bisogno appare costante pure per gli oppositori dei premier, dato che anche l’accusa e l’avversione sono presenti nella nostra agorà. Draghi ha presumibilmente soppesato la possibilità di risultare antipatico (oltre che gelido) ai più, rischiando però di produrre con i rimedi ulteriori danni.

Un “cordone protettivo” attorno a Draghi

Ad esempio, la sua critica agli “inglesismi” adoperati spesso nei pubblici eloqui è apparsa decisamente forzata, avanzata sotto evidenti consigli. Inoltre, la rigidità dei modi e la staticità del tono vocale sono difficilmente considerabili emozionanti, mentre la situazione sociale necessiterebbe di comunicazione empatica. Anche in ragione di ciò, il discorso tenuto a Montecitorio per esporre il Pnrr ha mostrato inefficienze comunicative che inducono delle riflessioni. Emettere risatine alla pronuncia di espressioni inglesi ha portato molteplici osservatori a credere che il discorso non fosse neanche stato letto o preparato prima.

A confermare ciò è che l’esperienza tecnica del premier predispone per altri l’incarico di scrivere i discorsi da tenere in pubblico, oltre all’incapacità di esprimersi “a braccio” di Draghi. Appare pertanto ancor più allucinante il cordone protettivo issatogli attorno da media ed opinione pubblica, onde evitare la scoperta di imperfezioni e difetti riguardanti la sua figura. Numerose emittenti online e programmi televisivi enfatizzano con toni messianici l’avvento di Draghi a Palazzo Chigi. E’ comprensibile che radical chic ed eurolirici pongano l’attenzione mediatica su di lui, sviandola magari dai fallimenti della Ue. Eppure, siamo convinti che la solennità del momento dovrebbe imporre serietà ed onestà intellettuale, piuttosto che i soliti climi da stadio. Dovrebbe pertanto proprio essere la serietà ad imporre ai commentatori abbagliati da “SuperMario” di averne osservazione meno faziosa, anche criticandone difetti ed errori.

Tommaso Alessandro De Filippo

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2 Commenti

  1. Secondo De Luca il “Pnrr” non è una sigla ma un convoglio ferroviario.
    Secondo lo stesso presidente chi ha inventato il nome merita due anni di carcere, perché è capace di qualunque delitto.
    Avrà sicuramente esagerato.

  2. ma chi è che legge i giornali ancora? qualche sfigato de sinistra o vecchio anpigiano indignato seriale?

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