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Roma, 18 dic – Nella politica italiana c’è un luogo comune duro a morire: il peso dei cosiddetti «moderati». La figura mitologica del «moderato», in realtà, non si vede più da tempo, e chi ci ha puntato tutte le sue fiche non ha fatto una bella fine: per conferma chiedere a Renzi e Berlusconi, che non se la passano per niente bene. Lo stesso errore lo sta commettendo anche Giancarlo Giorgetti, l’eminenza grigia della Lega. Come ha riportato Repubblica, Giorgetti ha infatti incontrato più volte alcuni esponenti della Cdu, il partito di Angela Merkel. Sul piatto pare che ci sia un documento d’intesa per una politica comune a Bruxelles. Fin qui nulla di male, ovviamente: i rapporti diplomatici, anche con gli avversari, fanno parte del gioco. Il problema è che, per molti osservatori, le manovre di Giorgetti starebbero preparando un riposizionamento centrista della Lega.



Giorgetti a Canossa da Frau Merkel

Come ha spiegato Marian Wendt, l’interlocutore di Giorgetti in seno al partito della Merkel, «per la Cdu è importante che la Lega mostri l’intenzione di diventare un vero partito di centro, che smetta di usare la retorica populista e anti-europea degli anni scorsi, quelli particolarmente accesi sull’immigrazione». Del resto, afferma Wendt con toni paternalistici, «la Lega è un partito che governa da decenni, con successo, alcune regioni italiane e molte amministrazioni locali». In sostanza, la richiesta della Cdu per accettare la Lega nel Partito popolare europeo (Ppe) è molto pesante: basta posizioni antieuropeiste, basta critica all’immigrazione, basta sovranismo. In pratica, tutta la proposta politica che ha portato il Carroccio a diventare il primo partito italiano.

Una strategia controversa

È difficile capire se il corteggiamento di Giorgetti alla Merkel sia stato avallato da Matteo Salvini. Fatto sta che il segretario leghista ha nominato il suo vice responsabile del dipartimento Esteri del partito. La domanda, a questo punto, è la seguente: il mandato del leader è quello di ricucire i rapporti con avversari con cui, volenti o nolenti, bisogna dialogare, oppure è quello di preparare un vero salto della quaglia? Ciò che sappiamo è che le manovre di Giorgetti hanno irritato parecchio la corrente sovranista del Carroccio: già due mesi fa, ad esempio, Claudio Borghi aveva commentato con inusuale durezza la strategia del vicesegretario, escludendo un’entrata della Lega nel Ppe, che saprebbe molto di resa delle armi.

Un «capitano» alla deriva?

La svolta moderata della Lega, del resto, pare abbia trovato l’appoggio dello stesso Salvini, che ha rispolverato una formula tanto vecchia quanto fallimentare, e cioè la «rivoluzione liberale». In questo modo Salvini, che non si è mai ripreso dal «golpe del Papeete», sta però commettendo un errore strategico che altri prima di lui hanno commesso: di fronte ad alcune battute d’arresto, si butta a mare il programma radicale (e vincente) per rifugiarsi nel ventre molle del moderatismo. L’elettorato leghista – come spesso accade – ci metterà un po’ di tempo prima di rendersi conto di questa involuzione. E quando arriverà all’«illuminazione», per il Carroccio si potrebbe mettere davvero male. Già adesso, d’altronde, molti elettori hanno deciso di premiare Fratelli d’Italia, il partito che – pur con tutti i suoi limiti – si è mantenuto più coerente rispetto ai valzer leghisti, e che non a caso ha rosicchiato consistenti porzioni di consenso all’interno del centrodestra. A beneficiare di questo suicidio politico della Lega, insomma, dovrebbe essere propria Giorgia Meloni. Che avrà anche fatto dei giri a vuoto, ma che almeno ha capito che i «moderati», in Italia, sono una specie ormai in estinzione.

Valerio Benedetti

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