Roma, 13 giu – Il flop del referendum era purtroppo ampiamente prevedibile, previsto, annunciato. Le cause sono chiare a tutti: scarsa copertura mediatica, incapacità di rendere comprensibili ai cittadini tematiche fondamentali eppure tremendamente complicate, quesiti cervellotici e partiti dediti al “sabotaggio” calcolato. Nessuno può davvero sorprendersi di questo risultato fallimentare. Ciò che viene poco rimarcato è però l’altro dato inconfutabile che salta agli occhi, ovvero la disfatta principale emersa ieri: quella della politica italiana, tutta. Perché se gli exit poll (sempre da prendere con le pinze) evidenziano l’affermazione del centrodestra in diverse importanti città italiane, con un’alleanza Pd-M5S più traballante che mai, a crollare è l’interesse dei cittadini per la res publica. L’affluenza per le elezioni amministrative è stata infatti del 54,72%, dunque un italiano su due non si è recato alle urne.

Exit poll? C’è solo un dato: la disfatta della politica italiana

Si dirà, senz’altro a ragione, che ormai da anni disincanto e disaffezione pervadono gli elettori. Si dirà che una domenica di giugno non è propriamente il giorno più indicato per aspettarsi la fila ai seggi, oltretutto dopo un lungo periodo di restrizioni. Si diranno tante cose, si cercheranno con la lanterna di Diogene cause e giustificazioni di questa debacle, si sprecheranno fiumi di parole inutili sul senso civico scricchiolante tra i più giovani e qualcuno azzarderà pure paragoni con gli altri Paesi europei (si veda la Francia) che non vivono certo tempi esaltanti. Fate una prova: cercate le analisi post voto degli anni passati, troverete le stesse reazioni, gli stessi commenti, lo stesso approccio lievemente preoccupato di una classe politica sostanzialmente fischiettante.

Tutti apparivano già consapevoli del declino, senza però pensare a come arginarlo. Si è anzi fatto di tutto per suffragarlo, a suon di rimpasti di governo, commissariamenti plaudenti, deleghe a tecnici pescati nel turbinio burocratico di enti internazionali – e internazionalisti – sfuggenti. Ma l’individualismo dilagante nella società attuale non è metro unico per misurare il tutto, di fronte al niente prodotto dopo il crollo delle ideologie novecentesche. Neppure le elezioni comunali, sulla carta più vicine ai cittadini, tengono ormai botta. La verità è che i politici che provano a interrogarsi oggi, fingendo sorpresa, sono gli stessi che hanno ucciso la politica italiana. Un massacro a cui ha contribuito, e non poco, la grancassa mediatica pronta a esaltare il Draghi di turno come il salvatore della patria.

Hanno ucciso la politica

I partiti tradizionali non esistono più, reperire oggi una compagine che esprima idee classificabili come di destra o di sinistra è operazione improba, a meno che non si voglia davvero pensare che la gara al like social a suon di slogan puerili sia minimamente credibile in tal senso. Così al Pd orfano del sociale non resta che tenersi stretto il richiamo ai diritti civili, per mantenere qualche consenso nell’ovattato mondo del privilegio acquisito. Con il centrodestra che viceversa continua a tuffarsi nella contestazione febbrile, priva di proposta, visione, programmazione. Hanno ucciso la politica e forse sono pure contenti di averlo fatto, perché in fondo non sanno neppure cos’è, la politica.

Eugenio Palazzini

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