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Non c’è sovranità se non si radica in terra e popolo

by Asgar
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Gli attuali rivolgimenti politici, culturali, sociali ed economici impongono una riflessione sul significato e sul ruolo dello Stato nella disciplina dei rapporti giuridici, non soltanto nella dimensione nazionale, ma, soprattutto, in un più ampio contesto internazionale e sovranazionale. La tradizionale forma di organizzazione giuridica della nazione, che, attraverso le proprie istituzioni, esercita la sovranità in nome di un popolo entro determinati confini, soffre infatti una profonda crisi. L’interrogativo di fondo verte perciò sul destino dello Stato, per comprendere se sia un concetto da consegnare alla storia del diritto pubblico o se, invece, le sue energie vitali non sono affatto esaurite.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di settembre 2022

Sovranità e popolo

Da questo punto di vista, la risposta al quesito passa attraverso l’analisi di due profili che consentono di individuare le cause all’origine delle difficoltà attuali: la trasformazione politica, culturale, sociale ed economica in atto da un lato, e l’incessante evoluzione tecnologica, dall’altro. È un’indagine che richiede la messa a fuoco dei caratteri dell’istituto e che permette così di individuare le possibili soluzioni e i necessari adattamenti. In questa prospettiva, sintetizzando estremamente i termini della questione, i concetti intorno ai quali ragionare – sovranità, ordinamento giuridico, popolo, confini – sono tutti intimamente connessi tra di loro: è difficile immaginare una sovranità se non si individua il territorio sul quale un popolo, attraverso i suoi organi costituzionali, la esercita.

Ora, i fenomeni collegati alla globalizzazione, la progressiva e sempre più vasta creazione di istituzioni sovrastatali, l’affermarsi di società multinazionali e altre entità private che assumono poteri e capacità – non soltanto di indirizzo politico e giuridico, ma anche economico, culturale e sociale – hanno determinato una metamorfosi essenziale dell’assetto nel quale tradizionalmente agivano gli Stati fino al secolo passato. A ciò si aggiunge il costante progresso tecnologico che, negli stessi settori, acuisce le conseguenze del cambio di paradigma: non soltanto una diversa ripartizione del potere tra organi nazionali e sovranazionali, tra il pubblico e il privato, ma soprattutto un improvviso cambio di velocità nella loro gestione ha reso improvvisamente obsolete talune impostazioni delle istituzioni statali e del loro agire.

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È qui che si coglie l’erosione del potere statale – sicuramente rapida, ma soltanto all’apparenza inarrestabile – dinanzi alla quale è imprescindibile un’operazione di ristrutturazione, che adatti le peculiarità dello Stato al nuovo contesto nel quale devono operare. Conviene subito sgombrare il campo da un equivoco: se è vero che il progresso tecnologico contribuisce in maniera determinante a questa erosione, è anche vero che si tratta di un fattore essenzialmente neutro, che può ugualmente adattarsi a ogni differente ripartizione dei poteri. Il problema, insomma, è di riuscire a regolarlo, plasmandone le funzioni e le finalità verso il soddisfacimento di esigenze differenti da quelle sostanzialmente apolidi del potere economico. Se, insomma, il problema fosse soltanto questo, sarebbe sufficiente adeguare strumenti e nozioni in modo tale da asservirli all’esercizio delle prerogative statali.

Serve un cambio di caricatore

La vera insidia, allora, è la tendenza sempre più marcata a smantellare la concezione dello Stato legata a sovranità, popolo e territorio per sostituirla con entità di matrice sovranazionale. Una tendenza che sicuramente sfrutta la maggiore fluidità dei rapporti assicurata dalla tecnologia, ma dalla quale non è affatto dipendente in maniera decisiva.

A fronte di una simile situazione, dal punto di vista giuridico, si deve muovere proprio dal recupero dei tratti fondamentali della figura statale per renderli attuali, ossia adeguati a orientare la realtà: così come non sarebbe ipotizzabile un ritorno al passato, non è neppure possibile continuare a ragionare secondo schemi e strutture validi per tempi ormai trascorsi. Più che un’invenzione – nel senso che non è necessaria una creazione ex novo – serve «un cambio di caricatore»: devono essere cioè rimeditate, anche a costo di apparire eretici, le vecchie categorie. La sovranità, dunque, deve tornare a esprimersi appieno su ogni versante, compreso quello internazionale, innanzitutto. Impostare diversamente il rapporto con gli interlocutori esterni esclude, ad esempio, che la…

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