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Roma, 1 mag – Oggi Primo maggio, in tutta Italia si manifesta per il diritto al lavoro e al salario e la sinistra sfila magicamente per la strade aggrappandosi malamente a questi slogan. Fa parte dell’egemonia culturale costruita e imposta sulla nazione e per la quale è dichiarato che la sinistra sia la santa protettrice della classe dei lavoratori. Peccato che i tempi siano cambiati e le parti si siano completamente invertite. Sostituendo alla tutela dei diritti la necessità di libertà, e alla storica sinistra sindacalista una classe imprenditoriale vessata che per prima ha a cuore la dignità e il destino dei propri dipendenti.



Primo maggio: quale diritto al lavoro?

A prova di questa inversione di priorità vi sono gli striscioni e i cartelli che svettano in questo Primo maggio per le città italiane. Cianciano di diritti al lavoro, senza però menzionare minimante la libertà necessaria di chi crea lavoro di poterne creare senza combattere contro governi che valutano la libera impresa come fumo negli occhi, e la possibilità di creare ricchezza come notizia di reato. La sinistra, con le sue costole sindacali, prosegue sulla strada dell’oltranzismo ideologico contrario alla libertà economica sganciata dai meccanismi di controllo che loro, attraverso i loro governi, vorrebbero imporre sull’intero tessuto produttivo. E, per estensione, sull’Italia intera.

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La libertà economica è dignità

La libertà economica, difatti, è il primo segmento della libertà di un individuo, grazie alla quale quest’ultimo può affrancarsi da ogni forma di aiuto. Privato o pubblico che sia. La libertà economica è sinonimo di dignità e senza di essa la vita perde di valore e di significato. La libertà delle persone è intrinseca alle persone stesse, poiché senza di essa una persona è sostanzialmente uno schiavo.

I diritti, compreso quello al lavoro, vengono invece creati e concessi da un parlamento che di conseguenza, come li ha dati, può allo stesso modo toglierli. È dunque folle rivendicare il diritto al lavoro appellandosi alla bontà e alla magnanimità delle istituzioni colme di burocrati che analizzano la realtà cui ci caliamo ogni giorno come potrebbero fare con i topi in laboratorio: una grande lente di ingrandimento puntata su di noi e la domanda perpetua su come organizzare le nostre vite, deviandole e indirizzandole in una direzione specifica. Atteggiamento, questo, demenziale poiché non può esistere una ricetta giusta per chiunque perché ognuno ha i propri interessi e i propri desideri. Quindi il governo, come può far beneficienza e conceder genericamente maggior diritto al lavoro rivendicato il Primo maggio, allo stesso modo può limitarlo. È insomma necessario mutare fraseologia rivendicando la libertà di organizzare la propria vita come più desideriamo, liberi dalle ingerenze di ministri, sindacati e apparati politici vari.

Una regolamentazione sovietica che ha annientato il lavoro

L’aspetto ridicolo di tutto ciò è rappresentato dalle rivendicazioni fricchettone con cui ci inondano questo Primo maggio del 2021 e la regolamentazione sovietica cui la stessa sinistra ci sottopone da ormai quindici mesi e che sta uccidendo prima di tutto quel fantomatico diritto al lavoro di cui oggi si riempie la bocca. Partendo dal presupposto che una pandemia va affrontata con metodi particolari, è indubbio che l’approccio da burocrate di Mosca sia innanzitutto una forma mentis, che la pandemia rappresenti un’occasione per sfogare questo loro istinto regolatorio e che sino ad oggi si è palesato attraverso l’imposizione di una burocrazia e di una pressione fiscale letteralmente insostenibili per chiunque.

La sinistra lo ha detto oggi in tutti i modi possibili, tradendo la buone intenzioni di facciata: le chiusure imposte rappresentano il regolamento dei conti con il ceto dei lavoratori autonomi ritenuti vili oppressori e furbastri evasori. E chi ha osato ribellarsi a questo metodo violento di governo ha subito l’ira delle autorità e dei vicini di casa divenuti delatori dietro la precisa richiesta dell’esecutivo. Ecco che il governo ha oggi deciso unilateralmente di metter sottochiave quello stesso diritto al lavoro che gli ingenui oggi gli chiedono di implementare. Sarebbe come chiedere al proprio carceriere un’ora d’aria anziché ribellarsi al suo dominio.

Lorenzo Zuppini

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