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Roma, 24 mar – Il Partito democratico ha cambiato il vertice facendo tornare un sereno Enrico Letta, immaginando così di imprimere una svolta positiva e costruttiva al partito. Risultato: grandi litigi su ius soli, sul voto ai sedicenni e sulle quote rose. E, volendo dare il buon esempio, il Pd sta attuando al suo interno una rivoluzione davvero brillante consistente nel dare a delle donne ruoli di vertice affidati precedentemente a uomini. Così, con un colpo di bacchetta oppure di spugna. Sia mai che qualcuna di loro, delle donne piddine, riesca nell’impresa di Giorgia Meloni, ossia fondare un partito, comandarlo e portarlo sulla cresta dell’onda del consenso. No, molto meglio passare attraverso i meandri del femminismo talebano (che sembra un ossimoro, ma nel Pd tutto è possibile) che ignora il concetto di meritocrazia.

Quote rose e fratelli coltelli nel Pd

E quindi la svolta è rappresentata dall’elezione dei nuovi presidenti del gruppo Pd alla Camera e al Senato. Ma, se a Montecitorio Graziano Delrio si è mostrato quantomeno all’apparenza felice di fare un passo indietro per lasciare il proprio posto ad una collega donna, a Palazzo Madama il piddino Andrea Marucci sembra averla presa assai meno bene. Naturalmente non ha menzionato la questione precipua. Marcucci si è limitato a spostare l’attenzione sui rapporti di fuoco ancora presenti all’interno del partito dopo la scissione di Matteo Renzi, alla quale lui non aderì e col quale ha mantenuto comunque ottimi rapporti d’amicizia. Pare, denuncia Marcucci, che nel Pd lui e gli ex renziani vengano considerati ancora dei corpi estranei.

Emanuele Fiano, che fa parte del ex renziani, dopo essersi interessato ai calendari di Benito Mussolini, sguaina la spada del coraggio ed esclama: “Non ci piace l’epiteto ex che è stato usato in modo negativo nei nostri confronti”. E incalza ancora: “La parità di genere non può essere l’alibi per una punizione politica”. Un po’ lancia il sasso e un po’ nasconde la mano, perché da queste dichiarazioni intrise di coraggio traspare l’utilizzo che taluni possono fare delle quote rose, ossia usarle come clava politica quando un posto di comando è occupato da un uomo che gli sta sulle palle. E difatti, per rimanere su quel livello di lungimiranza, Marcucci ha affondato un colpo da maestro con una battutaccia: “Per coerenza, bisognerebbe interrompere anche la tradizione di avere sempre segretari uomini”.

Il senso di (ir)realtà del Pd

Clava per clava, avrà pensato il buon Marcucci, tanto vale darla in testa al segretario del partito, ché non può abituarsi a star troppo comodo a Largo del Nazareno. La grande svolta che il Pd vuole imprimere, come sempre fresca e gaudiosa, mentre il paese sprofonda in una crisi di varia natura, parte dall’attuazione delle quote rose nel partito per poi magari trasferire l’esperimento sul piano nazionale. Il polso della situazione, come si suol dire, a loro suggerisce di far questo. E sarebbe interessante capire quale polso stiano ascoltando. Le signore del Pd, in tutto questo, assistono. Sembra una sorta di promozione concessa dal capo al dipendente.

Quello che sfugge alle donne di questa morente sinistra è che, pur ottenendo questi nuovi ruoli tramite le quote rosa, il loro futuro rimane aggrappato alle fantasie liberal e progressiste della maggioranza maschile del loro partito. È come Chiara Ferragni che vuol dare il suo cognome al nascituro, probabilmente inconsapevole del fatto che quel cognome deriva da suo padre, un uomo, quindi tentativo fallito. La soluzione consisterebbe nell’abbandonare questo oltranzismo ideologico e totalmente scollegato dalla realtà e dai casini in cui il mondo è immerso, provando così a tornare alla ragionevolezza del merito e alle capacità individuali che meritano d’esser premiate.

Lorenzo Zuppini

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