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Roma, 29 giu – Inginocchiarsi o non inginocchiarsi: questo è il problema. Il dubbio amletico, alla fine, se lo sono dovuti porre quasi tutti. Compresa la Nazionale italiana, che ha poi preso una decisione pilatesca, anzi «democristiana». Il punto è che, ormai, la pressione sociale è diventata fortissima: se non ti pieghi ai diktat di Black lives matter, sei automaticamente in odore di «razzismo». D’altronde, come ci hanno spiegato luminari della scienza del rango di Michela Murgia, nelle nostre società il razzismo è un fatto «sistemico»: in quanto bianchi, siamo tutti razzisti. Punto e discussione azzerata: il colore della nostra pelle è peccato originale, eterna penitenza, sottomissione perenne. Autorazzismo certificato.



Una battaglia d’élite

Deliri a parte, però, a molti sfugge l’aspetto principale della questione. E cioè che la campagna per gli inginocchiamenti non rispecchia assolutamente il sentire comune, ma è l’ennesima battaglia d’élite. È fissa da milionari, vezzo da radical chic, capriccio da prime donne. «Il popolo ha fame, dategli Black lives matter», pensano le Marie Antoniette dell’odierno jet set. A capirlo sono in pochi, ma a sinistra pare averlo capito solo Federico Rampini, corrispondente dagli Stati Uniti per Repubblica: «Il bilancio negli Usa di questa stagione di gloria di Black lives matter è molto più controverso di quanto crediate», ha dichiarato Rampini un paio di giorni fa a Stasera Italia. «Bisogna diffidare della tendenza a trasformare delle celebrity milionarie dello sport o dello spettacolo in nuove guide morali o politiche», ha aggiunto.

A differenza dei Saviano e dei galoppini di Rai Sport, Rampini sa bene quel che dice: «Quando trasformiamo atleti multimilionari, o attori di Hollywood o popstar in eroi di cause progressiste, questo di solito crea diffidenza nel popolo. Uno degli effetti della stagione del Black lives matter è che Trump ha aumentato i suoi voti tra gli afroamericani. Il Black lives matter è stato abbracciato completamente dall’establishment, ma si è macchiato di colpe serie: ha legittimato manifestazioni molto violente, con saccheggio, devastazioni e impoverimento nei quartieri abitati da afroamericani».

Guarda anche: Caso Fedez, Rampini: «Sinistra è partito delle star milionarie, non è più credibile» (Video)

Chi sono i padrini di Black lives matter

In effetti, facendosi strada tra la nebbia propagandistica dei media allineati, è molto facile ricostruire l’identikit del sostenitore tipo di Black lives matter: è ricco, famoso e pure bello arrogante. Prendiamo Lewis Hamilton. Il pilota della Mercedes guadagna qualcosa come 55 milioni di dollari all’anno, viene idolatrato dagli esperti del settore e, quando i meccanici della Ferrari si rifiutarono di inginocchiarsi, si mise ad accusare tutti di «poca sensibilità al tema del razzismo». In un’altra occasione diede pure dell’ignorante a Bernie Ecclestone, mandando su tutte le furie l’ex patron della Formula 1, che gli rispose per le rime.

Lo stesso discorso si potrebbe fare per Oprah Winfrey, che di Black lives matter è diventata un po’ la madrina. La «regina dei media» ha un patrimonio stimato di 2,7 miliardi di dollari ed è una delle influencer più potenti del mondo. Malgrado tutto, dall’alto della sua agiatezza, non fa che dirci che noi bianchi siamo tutti «privilegiati». E se ce lo dice lei, che è nera, ricca e potente, chi siamo noi poveri plebei per contraddirla?

D’altronde, non è un mistero che, ai caporioni di Black lives matter, soldi e potere garbano assai. Basta guardare alla vicenda di Patrisse Cullors, la cofondatrice del movimento: una deprecabile inchiesta del New York Post ha denunciato che la «capa» di Blm ha il brutto vizietto di comprarsi case di lusso, preferibilmente in quartieri ad alta densità di residenti bianchi, per poi rivenderle a prezzo maggiorato. Alla fine, sputtanata sui media e presa di mira da diversi attivisti di Blm, la «marxista col rolex» ha rassegnato le sue dimissioni. Non prima di averci annunciato, però, di aver stipulato un accordo pluriennale con la Warner Bros, che prevede la produzione di contenuti per «voci nere, storicamente emarginate».

Giù la maschera

Insomma, gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma il concetto ormai sarà chiaro: a questi personaggi, che sguazzano nell’oro e vivono nella loro bolla sociale, del razzismo non importa un granché. Si definiscono «minoranze oppresse», ma è evidente che vivono nella bambagia, mentre i «fratelli» afroamericani che non ce l’hanno fatta preferiscono votare Trump. Ecco il punto: quando la nostra Nazionale si inginocchierà in campo, insozzando il tricolore, di fatto non lo farà per «combattere il razzismo» (qualunque cosa ciò voglia dire), ma lo farà per accrescere l’ego già smisurato di una dozzina di miliardari con il portafoglio gonfio e il culo al caldo.

Valerio Benedetti   



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1 commento

  1. ……
    io sono sempre stato un tipo da “vivi e lascia vivere”

    neutro,per cosi dire.
    ma a forza di temperarmi il prepuzio e scartavetrarmi i maroni
    su tutti i media con il politicamente corretto e la cultura mainstream,
    mi hanno fatto cambiare idea:
    adesso i neri,i gay,le lesbiche,i trans,le femministe,gli zingari ecc
    mi stanno fortemente antipatici,

    e ODIO tutti gli alfieri del politicamente corretto,del buonismo,dei blm,del femminismo
    e dei lgbt:
    ad un livello tale che
    non avrei mai creduto possibile,solo qualche anno fa.

    ora…io sono la persona più equilibrata che conosco:
    se con me stanno ottenendo questo effetto,
    ci sono solo due spiegazioni:
    o è tutto un paravento e in realta vogliono la rovina di tutto ciò che
    a parole cercando di portare avanti…..
    oppure sono cosi imbecilli che nemmeno si accorgono
    che continuando ad insistere,
    stanno ottenendo l’effetto contrario.

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