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Roma, 4 ott – «Sono vietati i comizi, le riunioni di propaganda elettorale diretta o indiretta, in luoghi pubblici o aperti al pubblico, la nuova affissione di stampati, giornali murali o altri e manifesti di propaganda». Così recita il testo della legge n. 212 del 1956 (modificata dalla legge n. 130 del 1975), quella che stabilisce il cosiddetto «silenzio elettorale». In pratica, dal giorno precedente al voto sino al termine delle votazioni, i candidati politici non possono rilasciare dichiarazioni o comunque fare propaganda.



Siamo rimasti al 1956

Già il termine «giornali murali» ci fa subito piombare in un’epoca passata, anzi trapassata. Infatti, chi affigge più giornali murali al giorno d’oggi? E anche se le televisioni non invitano più nessuno per 48 o 72 ore, che cosa impedisce a un candidato di pubblicare un post su Facebook e Twitter? Nulla, appunto. Insomma, non ci vuole molto per capire che il silenzio elettorale è una pratica ormai anacronistica, e pertanto inutile. Che, infatti, viene sistematicamente disattesa dalla stragrande maggioranza dei partiti.  

Il silenzio elettorale al tempo dei social

Intendiamoci: non è che se tutti i candidati rigassero dritto cambierebbe qualcosa. Al contrario, non cambierebbe proprio nulla. Tutte le persone che non sono vincolate al silenzio elettorale (dai giornalisti ai comuni cittadini), infatti, hanno facoltà di scrivere, pubblicare e diffondere le loro opinioni anche durante le operazioni di voto. Perché, insomma, non dovrebbero farlo anche i politici? La rivoluzione social – è innegabile – ci ha investiti in pieno, e non ha molto senso pretendere che le lancette della storia rimangano ferme all’anno di grazia 1956.

Inutile come la «par condicio»

È lo stesso discorso che vale per un’altra norma ipocrita e ormai obsoleta: quella della par condicio. Se esistesse solo la Rai, un discorso del genere potrebbe anche essere affrontato (sebbene la tv di Stato non sia proprio impeccabile). Ma ormai, nel mondo dell’informazione, esistono dei consorzi di potere troppo forti per far finta di nulla: la Gedi (ex gruppo l’Espresso, ora in mano agli Agnelli-Elkann), Mediaset (feudo berlusconiano) e il cartello CorSera/La7 (tutta roba di Urbano Cairo) rappresentano un oligopolio che della par condicio se ne infischia. Possono anche invitare un paio di candidati outsider a due settimane dal voto (magari facendoli parlare in fasce orarie improbabili), ma per il resto daranno spazio ai politici che vogliono, e quando vogliono. È questa la «democrazia» al tempo dei social, c’è poco da fare. E non sarà una vetusta legge sul silenzio elettorale a cambiare le cose.

Elena Sempione   



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