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Roma, 27 gen – Se la sono fatta sotto fino all’ultimo, i colonnelli del Partito democratico. Quello che fino a pochi anni fa sarebbe stato un risultato scontato, ossia una vittoria trionfale del Pd in Emilia Romagna, oggi si situa infatti nel solo campo delle possibilità. Il successo di Bonaccini è stato piuttosto largo, beninteso, ma i sondaggi che abbiamo letto nelle ultime settimane parlavano comunque di una situazione di relativa incertezza. È per questo che l’esito di queste Regionali merita un esame più approfondito.

In Emilia Romagna ha vinto Bonaccini, non il Pd

La prima considerazione da fare riguarda proprio lo stato putrescente del Pd. In Emilia Romagna, i dem sono tornati primo partito, ma il campanello d’allarme delle Europee – quando la Lega li superò nella «roccaforte rossa» – continua a suonare ancora oggi. A vincere, infatti, è stato più che altro Stefano Bonaccini, che ha potuto beneficiare non solo delle truppe cammellate di Prodi (le sardine), ma anche del voto disgiunto: alcuni elettori, cioè, pur votando M5S o centrodestra (e bocciando il Pd), gli hanno poi dato la preferenza in quanto candidato governatore affidabile. La strategia mediatica di Bonaccini, del resto, è stata eloquente: niente simbolo del Partito democratico nella sua campagna elettorale, brand oramai logoro e ingombrante. A vincere sono state le clientele e gli «aiutini» dalla regia, non certo il partito.

Il destra-centro rimane maggioranza

In secondo luogo, se la sinistra ha retto botta in Emilia, altrove è letteralmente crollata. Senza aprire lo storico delle Regionali (stravinte ovunque dal destra-centro), basti guardare alla Calabria: mentre a Bologna si tirava un sospiro di sollievo, a Catanzaro si piangeva. Un’altra regione targata centrosinistra è passata agli avversari (e 25 punti percentuali di distanza suonano come un De profundis). È proprio in terra calabra che si riflette il dato nazionale: il Pd perde ovunque, il M5S sprofonda e il destra-centro esulta. Al di là della vittoria di Pirro in Emilia, insomma, le forze della maggioranza (e il Conte bis) sono in crisi nera, mentre le istanze sovraniste rimangono maggioritarie all’interno della nazione, così come il consenso di cui godono Lega e Fratelli d’Italia.

I limiti dei «sovranisti»     

Questo non significa, ovviamente, che nel destra-centro vada tutto bene. Certo, andarsela a giocare fino all’ultimo col Pd nella sua regione-simbolo (e dove le sue clientele sono potentissime), è un dato da non sottovalutare. Ma rimane comunque l’impressione che non tutte le cartucce siano state sparate, e che qualche errore sia stato commesso. Ad esempio, non ha pagato la candidatura di Lucia Borgonzoni, nome «debole» rispetto a quello di Bonaccini, la quale ha infatti impietosamente perso il confronto con il governatore uscente (le liste dei candidati sono state decisive). Probabilmente i pezzi da novanta della Lega non se la sono sentita di correre il rischio di «bruciarsi» in una regione dalle mille insidie, dove per vincere serviva comunque un’impresa. Ma anche puntando su una seconda scelta, la comunicazione non è stata all’altezza della posta in gioco: la Borgonzoni ha infatti parlato poco di proposte, incentrando la campagna elettorale contro il suo avversario. Una tattica che, paradossalmente, è stata per mesi quella del Pd, che con le sue fisime anti-Salvini ha finito per perdere ovunque.

Questa constatazione ci porta al secondo tasto dolente. La sconfitta in Emilia Romagna, sebbene attenuata – su un piano fattivo – dall’oggettiva difficoltà dell’impresa, rappresenta in ogni caso un duro colpo alla narrazione salviniana: non si promettono «liberazioni» e «spallate» se poi non si è in grado di andare fino in fondo. Anche perché ora i giallofucsia avranno agio nello spernacchiare il «capitano» che si è schiantato contro lo scoglio emiliano. Niente di irreparabile, questo è ovvio: la maggioranza della nazione rimane sensibile alle istanze sovraniste e non vede l’ora che questo governo si tolga gentilmente dai piedi. Tuttavia, oltre alle solite sparate propagandistiche, sembra che il destra-centro non sia ancora capace di approntare una strategia politica d’ampio respiro. E per quello, si sa, non basta comprarsi un paio di mutande o fare gli scherzi col citofono.

Valerio Benedetti

4 Commenti

  1. Parlare dopo serve a poco… Una cosa è certa: le cinque stelle (false come molti alberghi), hanno “ritardato” l’ Italia! Sempre con l’ antifascismo strumentale.

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