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Roma, 18 lug – Il 20 e 21 settembre i cittadini italiani voteranno per il referendum sul taglio dei parlamentari. Misura cardine, storicamente, del programma elettorale del Movimento 5 Stelle, la riforma è stata presentata come una sorta di panacea per tutti i danni commessi dalla classe politica parlamentare. In perfetta sintonia con il motto grillino “apriremo il parlamento come una scatoletta di tonno”, poi tradito dal comportamento post-elettorale dei 5 stelle, il taglio dei parlamentari lascia tuttavia spazio a numerose perplessità.

Taglio dei parlamentari. E della rappresentanza

Se in cabina elettorale dovesse, come appare probabile, vincere il “Sì”, la Camera passerebbe, dalla prossima legislatura, da 630 a 400 deputati, mentre il Senato da 315 a 200 unità. Ciò rischierebbero di avere ripercussioni non indifferenti sulla rappresentanza.

A fronte di un esiguo risparmio economico – pari a poco più di 80 milioni di euro (per raffronto: lo 0,005% del nostro debito pubblico – si passerebbe, quanto a rappresentanza del singolo parlamentare per numero di cittadini, da un rapporto di 1 a 64 mila ad un rapporto di 1 a 101mila. Decisioni politiche di peso, come ad esempio l’elezione del Presidente della Repubblica, finirebbero così nelle mani di uno sparuto gruppo di parlamentari.

Si porrebbero anche ragguardevoli dilemmi al Senato: per effetto della disposizione dell’art. 57 della Costituzione, che ne prevede l’elezione su base regionale, la riduzione dei senatori farebbe sì che possano essere elette le sole liste con maggiori consensi elettorali, escludendo quelle che, pur avendo superato la soglia di sbarramento, vedrebbero gli scranni relegati esclusivamente alle liste maggiori. Beffardo anche il tema dei senatori a vita: il taglio di circa il 40% degli occupanti di Palazzo Madama dovrebbe comportare la riduzione dei senatori perenni da 5 a 3, numero che invece resterà invariato.

Una riforma demagogica

Al di là di alcune voci fuori dal coro, la riforma del numero dei parlamentari non ha riscontrato accese opposizioni da parte dei partiti. Pensiamo ad esempio al Pd, storicamente contrario alla riforma ma che ha dovuto acconsentire in virtù dell’alleanza di governo con il Movimento 5 Stelle. Chiunque opponesse resistenza verso la riduzione delle fantomatiche “poltrone” teme un danno d’immagine: si rischierebbe di apparire come difensori della “casta” parlamentare. Oltre alle conseguenze rappresentative ed economiche della riforma, è da osservare anche la dinamica politica in cui essa è stata inserita. La vittoria del “Sì” comporterà infatti la necessità di riscrivere la riforma elettorale, affidata però ad un esecutivo che gode di una minoranza di consenso nel Paese reale.

Dubbi sono stati avanzati anche da firme ideologicamente vicine all’attuale governo. Dalle colonne di Repubblica, ad esempio, Stefano Folli ha lasciato trasparire perplessità sul referendum, facendo presente come un esito vittorioso al referendum sul taglio dei parlamentari venga auspicato dal Movimento 5 Stelle più per bilanciare le sconfitte che si prospettano alle elezioni regionali che per convinzione della battaglia ideologica di cui da anni questa forza politica si fa promotrice.

Tommaso Alessandro De Filippo

1 commento

  1. Sono d’accordo su tutto quello che viene scritto! È pura demagogia e un cavallo di battaglia dei 5 stelle, votiamo tutti NO ad un referendum che andrebbe solo a dimezzare il nostro potere di voto e di rappresentanza! Nulla è scontato!

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