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Roma, 10 gen – Nel quarantennale della strage di Acca Larenzia ha fatto molto scalpore la lettera del capitano dei carabinieri Edoardo Sivori pubblicata il 6 gennaio scorso su Il Tempo. Il capitano, per molto tempo indicato dalla vulgata come l’assassino materiale di Stefano Recchioni, rivendica la sua innocenza – innocenza tra l’altro confermata in sede giudiziaria – e parla di un misterioso personaggio che invece avrebbe sparato dalle spalle dei militanti missini. Le sue parole criptiche hanno fatto subito clamore, facendo pensare che il carabiniere abbia voluto insinuare la solita teoria del “fuoco amico” tanto caro ai giornalisti dell’epoca. Ma a una lettura più attenta non è così. L’avvocato Valerio Cutonilli, autore del documentatissimo libro Acca Larentia: quello che non è stato mai detto, ed. Trecento, ha voluto replicare a Sivori sempre sulle pagine del Tempo dando il via a uno scambio che potrebbe gettare nuova luce su quello che accadde quel giorno. Ne abbiamo parlato proprio con Cutonilli.
Il 7 gennaio si è celebrato il quarantennale della strage di Acca Larenzia in cui furono assassinati Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni. In molti ancora parlano di “strage senza giustizia”. Non solo non è stato mai trovato un colpevole giudiziario, ma le stesse indagini hanno seguito un iter a dir poco insoddisfacente.
Purtroppo è così. Riguardo l’agguato del pomeriggio il risultato dell’inchiesta dell’epoca è il nulla. Di recente so che è stata aperta una nuova indagine ma all’attualità non risultano esiti diversi dai precedenti. Eppure l’area dell’estrema sinistra a cui va attribuito l’agguato mortale alla sezione missina, quella che insisteva nello spazio circoscritto tra il “movimento” e le organizzazioni clandestine, non era così vasta da rendere impossibile l’identificazione degli assassini. Azioni di questo genere non vengono coperte dagli inquinamenti sofisticati tipici invece delle inchieste sulle grandi stragi. Siamo propri sicuri che a sinistra, sin dalle ore successive agli omicidi, non era girata una voce ben precisa sull’ambiente che aveva colpito i neri? Siamo proprio certi che l’azzoppato presente nel commando assassino, visto da un testimone oculare affacciato alla finestra, non fosse rintracciabile nelle strade di Roma sud? Ho l’impressione che qualcosa di questa vicenda sia fonte d’imbarazzo per molti e abbia ostacolato la ricerca della verità. Ancora più sconcertante è l’inchiesta sul terzo omicidio. Viene commesso in una piazza gremita da decine di persone eppure non viene interrogato nessun testimone oculare. Prodigi della solidarietà nazionale. A mio avviso, a 40 di distanza dai fatti è inutile e finanche avvilente auspicare la via giudiziaria. La giustizia ha fallito, è giunto il tempo della ricerca storica.
Ha fatto molto scalpore la lettera del capitano dei carabinieri Edoardo Sivori pubblicata giorni fa su Il Tempo. Il capitano rivendica la sua innocenza sull’assassinio di Stefano Recchioni – innocenza tra l’altro confermata in sede giudiziaria – e parla di un misterioso personaggio che invece avrebbe sparato dalle spalle dei militanti missini. Ovviamente si è subito pensato al famoso “fuoco amico” tanto caro ai giornalisti dell’epoca. Ma tu hai subito pubblicato una contro-lettera di risposta in cui chiedi chiarezza su questo “misterioso personaggio”. Ieri il Tempo ha pubblicato la risposta di Sivori. Ci puoi parlare di questo scambio e soprattutto puoi tentare di fare chiarezza su quell’episodio?
Faccio una premessa necessaria per comprendere il senso della mia lettera. Le mie domande non erano volte a individuare il responsabile materiale della morte di Stefano Recchioni. Sto cercando, al contrario, di capire se la tragica sera di Acca Larentia, dopo gli omicidi di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, qualcuno estraneo all’area neofascista, confuso tra la folla, aprì il fuoco per innescare il caos. È un interrogativo che mi pongo da anni. Sabato 6 gennaio leggo Eduardo Sivori che sul Tempo sembra confermare i miei sospetti. A differenza del sottoscritto, l’ex capitano dei carabinieri ritiene che si tratti della persona mai identificata nelle sedi di giustizia che uccise Stefano Recchioni. Ma a prescindere dal ruolo rivestito dall’infiltrato nella vicenda, viene affermata tra le righe la presenza in piazza di quest’ultimo. Qualcuno ha mal interpretato le parole di Sivori pensando che intendesse attribuire l’omicidio a qualche giovane di destra. La solita storiella del fuoco amico. Ne è scaturita una polemica, in parte spontanea e legittima, in parte sfruttata ad arte da qualche furbetto, tra “rivoluzionari” e “difensori delle forze dell’ordine”. Per fare chiarezza, ad anniversario terminato ho scritto a Sivori che mi ha risposto in modo chiaro. Nessun fuoco amico. Secondo l’ufficiale in congedo dei carabinieri, quella sera in piazza c’era un estraneo che gettò benzina sul fuoco. So che persone stimate, presenti quella sera, non credono alla presenza di estranei provocatori. Nessuno avrebbe provocato il caos, secondo loro. Ma ti assicuro che altri, parimenti presenti e parimenti stimati, sono di diverso avviso.
Di tutta la storia della strage c’è un protagonista scomodo e misterioso, su cui ancora nessuno ha fatto mai chiarezza fino in fondo: la mitraglietta Skorpion…
La vicenda della pistola mitragliatrice Skorpion è inquietante e spiega l’imbarazzo delle istituzioni che permane a 40 di distanza dai fatti. Oggi sappiamo che l’arma fu comprata nel 1971 da Enrico Sbriccoli, il noto cantante conosciuto come Jimmy Fontana. Nel 1977, poco prima della strage di Acca Larentia, l’arma si perde nel nulla. Ascoltato per la prima volta nel 1979, quando ancora è ignoto l’utilizzo fatto della Skorpion, Fontana sostiene di averla venduta a un signore che però nega. L’asserito acquirente non è una persona qualsiasi. Si tratta di Antonio Cetroli, il commissario di pubblica sicurezza del Tuscolano. La parola dell’uno contro quella dell’altro. La logica impone che uno abbia mentito. E il bugiardo, per ragioni utili da capire, è quello che con ogni probabilità ha ceduto la pistola mitragliatrice agli assassini che spararono ad Acca Larentia. E invece la storia è passata in cavalleria. Dopo il 1978 l’arma continuò a spargere sangue. Nel 1982 le Br la usarono per addestrare le giovani reclute nelle grotte della Caffarella. Sai dove abitava il brigatista istruttore il 7 gennaio 1978? In via Acca Larentia. Nel 1985 la Skorpion uccise il sindacalista di sinistra Ezio Tarantelli, padre di Luca di cui mi onoro di essere amico. Nel 1986 tolse la vita a Lando Conti, repubblicano ed ex sindaco di Firenze. Nel 1988, poco prima di essere rinvenuta dai carabinieri nell’ultimo covo brigatista di via Dogali a Milano, uccise a Forlì il senatore democristiano Roberto Ruffilli. La Skorpion è il simbolo di una tragedia che riguarda la nazione intera. È gravissimo che la vicenda Fontana-Cetroli sia finita all’acqua di rose.
Oltre che di Acca Larenzia ti sei occupato della strage di Bologna con due libri: Strage all’Italiana e il recentissimo I segreti di Bologna. La verità sull’atto terroristico più grave della storia italiana edito da Chiarelettere. C’è forse un sottile fil rouge che lega le stragi di quegli anni, la stagione del terrorismo e degli “opposti estremismi”? Puoi aggiornarci sulle tue scoperte?
Lo farò presto. Il consiglio che mi permetto di dare è quello di studiare e capire sino in fondo la politica internazionale e la politica estera italiana dell’epoca. Si dicono troppe castronerie. Si vive di luoghi comuni spacciati come verità acquisite. Molti vogliono capire la politica estera e quella internazionale partendo dalla risoluzione dei grandi misteri, veri o presunti, di quegli anni. Va fatto esattamente il contrario. E la cosa è molto utile soprattutto per chi vuole impegnarsi politicamente oggi. La chiave di lettura di quegli anni la troviamo alla Farnesina, non nelle tesi strampalate o semplicistiche di apprendisti stregoni. Ti faccio un esempio. Tutti parlano di Moro, lo dipingono in base ai loro gusti o alle loro esigenze. Se invece si andasse a studiare il suo archivio, i suoi appunti, si scoprirebbe una figura politica molto distante da quella blaterata dal tribuno di turno.
Hai in programma altri libri su episodi bui della storia della Repubblica Italiana? O hai in mente altro?
Per ora voglio mantenere la promessa fatta a Maurizio Lupini e a Marco Luchetti, che non è più tra noi, e far uscire un’edizione aggiornata del libro su Acca Larentia, esaurito da anni. In futuro mi piacerebbe scrivere la storia dell’Italia negli anni dominati dalla logica di Yalta, soffermandomi in particolare sulla partita giocata, ma capita da pochi, attorno alla questione del nucleare civile e militare.
Carlomanno Adinolfi

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4 Commenti

  1. Una strage di giovani camerati che ha chiaramente le stigmate del brigatismo rosso e del comunismo vile e infame……altro non c’è da aggiungere se non gloria e onore ai tre ragazzi assassinati da schifosi vermi sinistri e dai presunti servitori della giustizia che in decenni non hanno trovato uno straccio di colpevole……..

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