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Questo articolo è stato pubblicato sul numero di ottobre 2018 del mensile. [IPN]
Quando si manifesta una nuova realtà, molto spesso è anche necessario usare nuove parole. Prendiamo «radical chic». Nel numero del luglio scorso del Primato Nazionale l’onore della copertina era spettato a Gino Strada (che ebbe peraltro a dolersene su La7 ospite di Luca Telese e David Parenzo). L’aggettivo scelto per qualificare il fondatore di Emergency fu proprio «radical chic». La decisione fu sostanzialmente felice, ma non vi nascondo che in redazione fu molto dibattuta. Il problema era il seguente: la parola «radical chic» è ancora in grado di descrivere appieno il profilo antropologico dei nostri avversari?
Salotti senza classe
Il termine «radical chic» – com’è noto – è stato coniato nel 1970 dal giornalista e scrittore statunitense Tom Wolfe (1930-2018), dopo aver presenziato a una serata organizzata dalla ricchissima borghesia newyorchese. Il neologismo balenò nella mente di Wolfe mentre aveva davanti agli occhi l’irritante ipocrisia di questi facoltosi paladini dei diritti umani che – pur raccogliendo fondi da devolvere al movimento afroamericano delle Pantere Nere – probabilmente non erano neanche in grado di indicare la posizione esatta di Harlem sulla mappa della Grande Mela. La parola, in effetti, era pregnante e descriveva bene la visione del mondo di un’élite abbiente, boriosa e autoreferenziale.
Tuttavia, oggi si ha l’impressione che quella visione del mondo, ormai dominante nel sistema mainstream, abbia sconfinato anche in altri ceti della società. Persino un membro delle classi medio-basse può cioè sostenere – per spirito di emulazione – idee tipicamente radical chic. Così come una persona benestante può tranquillamente rifiutarle. Non è la ricchezza o la raffinatezza, insomma, il discrimine decisivo.
Buono chi?
Anche il termine «buonista» non esaurisce affatto l’ampio spettro delle caratteristiche dell’ideologia dominante. Nata per descrivere la tolleranza e la benevolenza nei riguardi di un avversario, la parola è stata usata più di recente per attaccare chi ha fatto dell’empatia e dei buoni sentimenti i criteri determinanti l’azione politica. In questo caso, la mente corre subito a Il potere dei più buoni (2001), canzone icastica del grande Giorgio Gaber che, agli albori del nuovo millennio, aveva già prefigurato gli allucinanti discorsi di Saviano e della Boldrini: «Penso ad un popolo multirazziale / ad uno Stato molto solidale / che stanzi fondi in abbondanza / perché il mio motto è l’accoglienza / Penso al problema degli albanesi / dei marocchini dei senegalesi / bisogna dare appartamenti ai clandestini e anche ai parenti / e per gli zingari degli albergoni / coi frigobar e le televisioni […] / penso che è bello sentirsi buoni / usando i soldi degli italiani».
In questo senso, la parola «buonista» è calzante, non c’è dubbio. Eppure, se ci pensiamo bene, non è la «bontà» (vera o simulata) il tratto essenziale dei globalisti. È, invece, l’odio. Esatto, proprio quello che lor signori rinfacciano in continuazione ai loro avversari (i populisti, i sovranisti, i fascisti, gli xenofobi). È l’odio viscerale per il proprio popolo, per le proprie radici, per le proprie tradizioni. Per questo motivo, mi sento di proporre l’utilizzo di un termine alternativo. Non è certo un neologismo, ma sicuramente non si è ancora imposto in maniera definitiva nel nostro linguaggio quotidiano. Insomma, chiamiamo i sostenitori di questa ideologia con il nome che meglio li descrive: autorazzisti.
Il concetto di «autorazzismo», in effetti, ben si presta a riassumere tutti gli «ingredienti» di questa visione del mondo allucinante e allucinata. Per comodità, li riassumeremo in tre categorie.
Etnomasochismo
Per gli autorazzisti tutti i popoli hanno diritti da reclamare, risarcimenti da pretendere, specificità da salvaguardare. Tutti, tranne ovviamente il proprio. In ambito anglosassone lo chiamano white guilt, cioè il senso di colpa per essere bianchi. Dove per «bianco» – ça va sans dire – si intende sempre e comunque l’oppressore, il razzista, lo xenofobo. Non si tratta peraltro di una descrizione oggettiva della realtà (la stragrande maggioranza dei bianchi non è infatti né razzista né xenofoba), ma di una sorta di peccato originale che deriverebbe – per impronta genetica – da un passato colonialista acriticamente e dozzinalmente liquidato come infernale e demoniaco. Da questo delirio etnomasochistico deriva anche l’esaltazione del meticciato e della «società multietnica» (recte: multirazziale), che i popoli europei dovrebbero accettare per poter così redimere il proprio passato di oppressori. Più autorazzismo di così…
Esterofilia
Questo atteggiamento genuinamente autorazzista si può riconoscere in frasi come «se l’Italia fosse un Paese normale», «queste cose succedono solo in Italia», «una soluzione all’italiana» e via flagellandosi. Spessissimo a pronunciarle è chi ha soggiornato all’estero solo come turista, o addirittura chi all’estero non vi è stato affatto. Se così non fosse, costui saprebbe senz’altro che anche nei Paesi pretesamente «civili» come gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito e la Germania vi sono cantieri aperti e mai conclusi, corruzione, malgoverno, infrastrutture fatiscenti, code alla posta, burocrazia farraginosa, soluzioni di compromesso. L’esterofilia, che detesta il provincialismo, è in realtà un atteggiamento tipico dei provincialotti. L’esterofilia autorazzista, però, è caratterizzata anche da un sovrappiù di odio anti-italiano: a essere «civili», «seri», «diligenti», «aperti» e «plurali» sono sempre e solo gli altri. Noi italiani, invece, saremmo sempre e comunque cialtroni, ciarlatani, bigotti e retrogradi. Degli eterni Fantozzi. In pratica, proprio come appaiono a noi – e a tutte le persone normodotate – gli autorazzisti esterofili e provincialotti.
Il grande matriarcato
Tutta la fuffa gender, femminista e antisessista, dietro al paravento dei «diritti civili», nasconde in realtà un odio sordo e radicato verso la virilità e la figura paterna. Una forma di razzismo, cioè, contro il padre, l’uomo, il maschio (che poi è sempre anche bianco ed eterosessuale). Gli autorazzisti, infatti, non cessano di denunciare la «società patriarcale» in quanto residuo anacronistico di epoche di oscurantismo e crudeltà. Ma, di fatto, quello che si attacca è più precisamente tutta una costellazione di princìpi e valori che hanno da sempre caratterizzato la civiltà europea: coraggio, senso di responsabilità, forza, salute, onore. Di contro, gli autorazzisti tentano in continuazione di imporre valori «lunari» e «uterini» come l’empatia, la comprensione – che spesso degenera in invito alla diserzione (il «tengo famiglia») – e l’esaltazione di tutto ciò che è debole, sottomesso, ubbidiente. Il padre, per gli autorazzisti, dovrebbe essere buono tutt’al più come casalingo, per meglio scontare millenni di sopraffazioni. Così comanda il verbo autorazzista.
Come si può notare, l’ideologia autorazzista è impregnata di un egualitarismo radicale che odia tutte le altezze; che reclama uguaglianza là dove dovrebbe esserci differenza; che esalta la «diversità» sempre e solo a danno della specificità degli italiani e degli europei. Questa ideologia, così complessa e stratificata, non può pertanto essere espressa con termini vaghi come «buonismo» e «radical chic». Perché c’è qualcosa di molto più pericoloso di una raccolta fondi al circolo Arci o di un’apericena del jet set: è l’odio di sé, per la propria stirpe, per il proprio popolo, per la propria cultura. È, in una parola, l’autorazzismo.
Valerio Benedetti





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